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mercoledì 23 novembre 2011

Comitato "No Debito", assemblea con Giorgio Cremaschi

Giovedì 24 novembre
ore 20,30
SMS di Rifredi

Assemblea con Giorgio Cremaschi


Il ciclo di incontri locali promosso dal Comitato "No Debito", nato a Roma il 1° ottobre scorso, fa tappa a Firenze. L'obiettivo dell'assemblea è quello di promuovere la discussione pubblica intorno ai 5 punti che costituiscono la base di partenza di una piattaforma politica che si prefigge la difesa della di sicurezza, futuro, diritti, reddito, lavoro, uguaglianza e democrazia di fronte all'assalto della speculazione finanziaria e delle politiche economiche neoliberiste propugnate dalle istituzioni europee.

I cinque punti sono:

1) Non pagare il debito, far pagare i ricchi e gli evasori fiscali, nazionalizzare le banche.


2) No alle spese militari e cessazione di ogni missione di guerra, no alla corruzione e ai privilegi di casta.




3) Giustizia per il mondo del lavoro. Basta con la precarietà. Siamo contro l'accordo del 28 giugno e l'articolo 8 della manovra finanziaria.




4) Per l'ambiente, i beni comuni, lo stato sociale. Per il diritto allo studio e alla scuola pubblica.




5) Una rivoluzione per la democrazia. Uguale libertà per le donne. Parità di diritti per i migranti. Nessun limite alla libertà della rete. Il vincolo europeo deve essere sottoposto al nostro voto.



Questo che segue è il documento approvato il 27 ottobre dal Coordinamento "No Debito".



La Bce in agosto ha mandato una lettera al governo italiano in cui chiede di distruggere tutto lo stato sociale, tutti i nostri diritti, di mettere all’asta i nostri beni comuni, per pagare le cambiali del nostro debito alle banche e alla speculazione finanziaria internazionale. Berlusconi alla fine ha risposto, accettando tutte le condizioni capestro e mettendocene anche qualcuna in più.

Non si tratta più solo dell'annuncio della libertà di licenziamento, sempre più desiderata e sempre più vicina, visto l'articolo 8, visti i ricatti aziendali, vista la distruzione dei diritti e l'estensione della precarietà. Oggi un tallone di ferro schiaccia il mondo del lavoro e ogni misura di flessibilità e di liberalizzazione serve solo a calare i salari e i diritti, a sfruttare di più. Per questo l'accordo del 28 giugno non è un freno ma un inutile resa a questa aggressione.


Ma a tutto questo si aggiungono le misure apparentemente più neutre, a partire dall’avanzo primario di bilancio, che significa in realtà la distruzione di ciò che resta dello stato sociale, per finanziare le banche. E si aggiungono le privatizzazioni e le liberalizzazioni. Così si cancella la nostra democrazia, tradendo il referendum di giugno, ove la grande maggioranza degli italiani aveva detto no alla privatizzazione dell’acqua e dei beni comuni. Siamo all’opposto di ciò che grida il movimento occupy wall street: non ci si preoccupa di ciò che chiede e di ciò di cui ha bisogno il 90% della popolazione, ma si difendono gli interessi e il potere della parte più ridotta, del 10%.

La lettera di intenti di Berlusconi è semplicemente una cambiale sulla nostra democrazia. Bisogna rifiutarla oggi, con le lotte e con la mobilitazione democratica: ci trattano come la Grecia, dobbiamo reagire come il popolo greco. Per difendere la nostra democrazia le opposizioni e i sindacati devono dire prima di tutto che quelle lettere non valgono nulla e non sono esigibili. Altrimenti la crisi della nostra democrazia affonderà nella palude delle finzioni. La lettera della Bce, la lettera di Berlusconi vanno strappate in faccia all’Europa, altrimenti sono tutte chiacchiere.

La drammatica evoluzione della crisi italiana, l’aggressione sempre più estesa ai diritti sociali e civili, danno ragione al percorso che abbiamo iniziato il 1° ottobre e mostrano tutta la validità e tutto il potenziale della mobilitazione del 15 ottobre.

Chi ha manifestato in quel giorno, così come chi lotta in Val Susa, nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, nei territori e nelle città, oggi non è solo contro il governo Berlusconi, ormai alla conclusione della sua parabola, ma anche contro quel potere economico finanziario che nel nome del debito vuol far pagare alla maggioranza della popolazione tutti i costi della crisi. La manifestazione del 15 ottobre, le iniziative che l’hanno preceduta, erano quindi contro due avversari: il governo e, assieme ad esso, la Bce e la dittatura finanziaria che sta distruggendo i diritti in tutta Europa.

Gli scontri del 15 ottobre e la successiva loro gestione mediatica hanno oscurato per alcuni giorni tutto questo. Si è così prodotta una regressione del confronto, si è tornati indietro di molti anni e sono state cancellate le novità vere della mobilitazione. Questa regressione è un risultato negativo che non può essere ignorato. Il problema non è riproporre una divisione tra buoni e cattivi nelle lotte e nei movimenti. La questione di fondo è quella della autodeterminazione dei movimenti e delle lotte, che le manifestazioni successive al 15, da quella dei metalmeccanici a quelle della Val Susa, hanno esemplificato.

Una manifestazione composita, plurale ma unitaria non può essere spinta e segnata da scelte che la manifestazione del 15 ha subìto, percepito in gran parte come ostili e, soprattutto, mai discusso. Nessuno può imporre pratiche e azioni di distruzione durante il corteo, che si sono ritorte contro la manifestazione stessa. La questione non è quella della rabbia esistente e del modo di farla valere e vedere. La questione è quella che nessuno può imporre le proprie modalità a tutto il movimento, né soprattutto può imporre scelte che la grande maggioranza non condivide. Allo stesso modo affermiamo che la gestione della polizia a piazza San Giovanni è stata evidentemente irresponsabile e ha prodotto la radicalizzazione e la generalizzazione degli scontri.

Riteniamo però a questo punto che non si possa andare avanti all’infinito in questa discussione. Occorre prendere atto che la manifestazione del 15 ha determinato questo risultato negativo e trovare le modalità per cui il proseguimento delle iniziative, reso indispensabile dall’aggravarsi della crisi, non ripresenti gli stessi problemi. Questa è la ragione per cui riteniamo necessaria una discussione di merito politico tra tutte le forze che hanno in comune la lotta contro la globalizzazione e la politica della Bce e dell’Unione europea. L’ultimatum consegnato al governo pochi giorni fa, a cui Berlusconi ha risposto con la sua vergognosa lettera, conferma che abbiamo due avversari. Oltre al governo Berlusconi, dobbiamo essere contro l’Unione europea così come è oggi, con la dittatura delle banche e della finanza che impone le sue scelte a tutti i governi.

La manifestazione del 15 conteneva un vuoto politico e una debolezza, che si è cercato di affrontare anche con proposte come quella dell’accampata, che avevano lo scopo di affermare una radicalità necessaria e diversa da quella delle manifestazioni tradizionali. Questa debolezza politica era accentuata dal fatto che la manifestazione del 15 appariva di più come una scadenza importata, nel quadro di un appuntamento internazionale di grandissimo valore, piuttosto che un obietto di lotta nostro. Occorre una piattaforma precisa, oggi, contro gli avversari italiani ed europei dei diritti sociali e civili; per questo pensiamo che non sia riproducibile nel nostro paese l’esperienza dei social forum. Esauritasi l’esperienza del social forum italiano e in profonda crisi quella europea, è necessario pensare a nuove modalità di costruzione e a una precisa piattaforma da collocare in spazi politici pubblici italiani ed europei.

Abbiamo quindi lanciato il 1° ottobre un movimento contro il pagamento del debito, contro la dittatura delle banche, con 5 punti sul piano sociale e politico che per noi rappresentano una reale alternativa. Abbiamo anche sottolineato che oggi come oggi non solo il centrodestra, ma anche il centrosinistra non assumono questi temi e anzi, in molti casi, ne sono addirittura controparte. Per questo abbiamo rivendicato la necessità di un nuovo spazio politico pubblico che dia legittimità piena a rivendicazioni politiche e sociali oggi assolutamente estranee a gran parte dell’attuale sistema rappresentativo. Su questo, secondo noi, si deve sviluppare il confronto, se si vuole mantenere il dialogo tra espressioni diverse del movimento.

Occorre quindi che da ogni parte si faccia la scelta precisa di rinunciare all’egemonia e di aprirsi al confronto di merito. Noi non pretendiamo di essere tutto il movimento, così come pensiamo che nemmeno altre forze o gruppi lo siano. Tutti insieme, misurandoci concretamente sulle differenze e sui contenuti, siamo in grado di costruire grandi iniziative. Ma per superare la crisi del 15 ottobre occorre un’operazione di verità e non il diluvio di polemiche.

La crisi politica nel nostro paese rende sempre più chiaro che la nostra democrazia è commissariata dal regime delle banche e della finanza d’Europa. Per questo comprendiamo la diffidenza che si sviluppa tra chi lotta, rispetto a tutte quelle istituzioni che sorridono alle mobilitazioni, salvo poi sostenere scelte economiche e politiche che vanno esattamente contro i contenuti di esse.

Il futuro dei movimenti in Italia è quindi fondato sull’indipendenza dall’attuale quadro politico. Questo è il punto su cui si deve davvero discutere, anche misurandoci sulle diverse opzioni. Forse questo è il punto su cui si è discusso meno, occorre cioè una pratica democratica assembleare dove ci si confronti davvero sulla piattaforma, dal debito, al lavoro, all’ambiente, alle questioni sociali, alla democrazia. Non è più tempo di diplomatismi o di minimi comun denominatori, abbiamo visto che questi creano una debolezza politica che viene poi coperta da altre scelte e altre forze.

Se vogliamo uscire dalla sindrome del post 15 ottobre dobbiamo quindi affrontare con democrazia, partecipazione e rispetto una grande discussione democratica sui contenuti della nostra piattaforma.

Per queste ragioni il nostro movimento, appena iniziato il 1° ottobre, decide di rilanciare la compagna e l’organizzazione della lotta contro il debito e per una vera alternativa sul piano economico, sociale e democratico. Andremo avanti, sui contenuti e nella ricerca di forme nuove di partecipazione e democrazia, disposti e interessati al confronto con tutti, ma nella consapevolezza che la crisi italiana è troppo grave per continuare con inutili polemiche.

Il comitato promotore del movimento No debito, dà appuntamento il 17 dicembre a Roma per una grande assemblea, preceduta da iniziative e incontri in tutto il territorio del paese.

Comitato promotore “No debito”


venerdì 21 ottobre 2011

Dopo il 15 ottobre. Bilanci e prospettive.

Quello che segue è il comunicato che l'Ufficio Centrale di Alternativa ha diramato a seguito dei noti fatti di Roma.

La manifestazione del 15 ottobre, cui ha partecipato una folla enorme, senza precedenti negli ultimi anni, è stata violentata, e infine impedita, da un gruppo di individui mascherati e incappucciati che ha prima devastato il percorso del corteo - anticipandolo e facendo terra bruciata - e, infine, impossessandosi della Piazza San Giovanni,ha impedito l'accesso ai manifestanti e ingaggiato una folle battaglia con le forze dell'ordine che, fino a quel momento, erano rimaste lontane dalla manifestazione. La dinamica degli eventi dice dunque con assoluta chiarezza che gl'incappucciati avevano scelto come obiettivo proprio la manifestazione e non i “palazzi del potere”, che non sono stati né scalfiti, né insidiati.

Una minoranza - di incerta composizione, ma guidata da manipoli non improvvisati di irresponsabili - certo esigua rispetto all'imponenza della rappresentanza di un'Italia plurale e pacifica che stava marciando a Roma, ha espropriato proditoriamente la manifestazione. A causa loro, non è stato possibile creare – come invece avviene in decine di altre città nel mondo – una presenza stabile di cittadini in piazza, organizzata come un presidio in grado di dare una voce duratura a una grande massa di cittadini.

Ciò che è avvenuto in Piazza san Giovanni è stato dunque un attentato grave contro la democrazia e contro il movimento di protesta.

Il significato della grande protesta popolare è stato così stravolto, offrendo su un piatto d'argento, ai responsabili della crisi, alla casta politica, ai media conniventi, la possibilità non solo di strillare contro i violenti, ma di accomunare ai violenti 500mila persone che violente non erano. Le parti del corteo che venivano via via coinvolte negli scontri hanno infatti reagito, si sono ribellate, hanno cercato di impedire vandalismi e violenze. Purtroppo il carattere plurale, in gran parte improvvisato, dovunque composto, della manifestazione, ha offerto il fianco all'offensiva dei provocatori, dei prevaricatori e degli sprovveduti che vi si sono associati. I movimenti e le organizzazioni di questa Italia plurale, saggia e democratica, dovranno riflettere, in futuro, sulle forme di autodifesa contro simili aggressioni, che minacciano di ripetersi.

Le immediate reazioni di settori della casta e del governo, che hanno subito proposto l'introduzione di norme liberticide, testimoniano del danno che tutti abbiamo già subito. Ma noi crediamo che il giudizio da tenere fermo, di fronte agli attacchi del potere, sia che coloro che impediscono la legittima espressione della volontà democratica del popolo non fanno parte, semplicemente, dei movimenti. Essi ne sono, inequivocabilmente, gli avversari, quali che siano le motivazioni – sempre che ve ne siano – che accampano e accamperanno.

Il nostro punto di riferimento è la Costituzione della Repubblica, quella che è stata già ripetutamente stravolta e offesa dalla casta di destra e di sinistra, ma che noi difendiamo nella lettera e nei principi originari, con particolare riferimento, in questa circostanza, agli articoli 17 (“diritto di riunirsi pacificamente e senz'armi”) e 18 (divieto di associazioni “che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare”).

Respingiamo le reazioni ipocrite del Palazzo e dintorni. Tutto ciò avviene, in primo luogo, perché l'Italia è malata e senza un medico curante, guidata da eversori, da corrotti, da pregiudicati, incapace perfino di difendere la propria sovranità di fronte alle pretese della Banca Centrale. L'illegalità scende dall'alto. E la violenza, nei fatti, promana dagli atti provenienti dalle stanze del potere, colpendo ormai gran parte della popolazione.

In futuro si dovrà tenere conto della parte gravemente negativa dell'esperienza del 15 ottobre.

In primo luogo facendo in modo che ogni manifestazione – ed è evidente che ad esse non rinunceremo – sia il risultato di decisioni democratiche e autonome dei movimenti: chi non rispetta le decisioni comuni si pone automaticamente fuori da quella manifestazione.

In secondo luogo lavorando per costruire nuove forme di aggregazione, di manifestazione, di rivendicazione, moltiplicando e differenziando le forme di lotta e graduandone democraticamente i livelli di radicalità. I grandi incontri nazionali, pure necessari e ai quali non è possibile rinunciare, offrono il fianco ormai a provocazioni che anche piccole minoranze di vandali possono portare a compimento. E dunque si dovrà tenerne conto, specie in previsione di un inasprirsi della crisi finanziaria, politica e sociale del paese.

Il movimento del 15 ottobre rivendica il diritto di uno spazio politico per coloro che rifiutano il pagamento della parte di debito pubblico in mano alla finanza internazionale. Illegittimamente costruito dalle élites politico-economiche e riversato sulle nostre spalle. Ogni azione violenta avrà come unico effetto quello di ridurre questo spazio.

Certo l'azione degl'incappucciati ha lesionato e creato incertezza e inquietudine tra i milioni di cittadini che questo spazio politico stanno cercando, al di fuori e contro i partiti di destra e sinistra che accettano supinamente il diktat della Banca Centrale Europea e dei grandi circoli finanziari del pianeta, ma ha provocato danni seri anche nei e tra i movimenti che, pur tra grandi difficoltà e contraddizioni, hanno promosso la giornata del 15 ottobre.

È certo che una riflessione autocritica s'impone anche a quel livello.

Alternativa lavorerà, con le forze di cui al momento dispone, per contribuire a ricostruire un percorso unitario. La crisi che si delinea, non solo in Italia, è così grande e molteplice; i pericoli, tra cui quello di una guerra, sono così numerosi, che noi non possiamo lasciare spazio ad azioni inconsulte e disperate, meno che mai a provocazioni. Centinaia di migliaia di persone, presto saranno milioni, si aspettano di trovare una maniglia cui aggrapparsi. Dobbiamo fare ogni sforzo, tutti insieme, per crearla.

L'Ufficio Centrale di Alternativa.

18 ottobre 2011

Link all'originale.

giovedì 13 ottobre 2011

Manifestazione nazionale del 15 ottobre.

Per chi fosse interessato a partecipare alla Manifestazione nazionale del 15 ottobre degli "Indignati", che si terrà a Roma, e alla quale aderisce ufficialmente anche Alternativa all'interno del Coordinamento 15 ottobre, è possibile contattare gli organizzatori dei gruppi che partono da Firenze all'indirizzo mail 15ottobre.logistica@gmail.com, oppure scrivere sulla bacheca della pagina facebook appositamente dedicata.




Per chi rimane a Firenze l'appuntamento è in Piazza Sant'Ambrogio alle 11.