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martedì 28 agosto 2012

Scavi Tav a Firenze, l'UE mette sotto esame l'Italia.

A seguito della denuncia di Idra, la Commissione Europea ha intravisto l'opportunità di aprire una procedura di informazione (passo necessario per l'avvio di una procedura di infrazione).


“I servizi della Commissione provvederanno a esaminare la Vostra denuncia secondo il pertinente diritto dell’Unione europea e Vi informeranno degli esiti dell’esame e dell’eventuale andamento della procedura d’infrazione”. Così risponde il Commissario europeo all’Ambiente, lo sloveno Janez Potočnik, al pressante reclamo inoltrato a luglio dall’'Associazione toscana Idra a proposito dei rischi che corrono il Bel Paese e la città di Firenze per effetto delle nuova regolamentazione del governo italiano sulle terre da scavo.

I milioni di metri cubi di terra da estrarre dalle viscere della città eretta dall’'UNESCO a patrimonio mondiale dell’'Umanità rappresentano uno dei nodi critici della cantierizzazione TAV a Firenze: negli stretti confini comunali sono previsti, a poca distanza dalla cupola del Brunelleschi e direttamente sotto monumenti storici come la Fortezza medicea di San Giovanni Battista e l’Arco dei Lorena, sono previsti 15 km di scavi, per due tunnel orientati ortogonalmente alle linee di scorrimento della falda acquifera, con una faraonica stazione sotterranea progettata accanto al subalveo di un affluente dell’Arno, il Mugnone, storicamente delicatissimo, esondato l’ultima volta nel 1992 proprio in quest’area, dove anche un altro torrente, il Terzolle, è uscito dagli argini nel ‘92.

In una lettera inviata il 23 giugno '99 all’allora sindaco di Firenze Leonardo Domenici, il presidente dell'associazione di volontariato Idra Girolamo Dell'Olio faceva presente a Domenici che "là dove il tracciato del doppio tunnel sotterraneo descrive una curva a 90 gradi sotto le residenze di centinaia di cittadini, e poi una seconda curva a 90 gradi sotto la Fortezza medicea di San Giovanni Battista, la storia ci insegna che giaceva fino al '500 l'alveo del Mugnone, se è vero che anche il Calandrino del Boccaccio, attirato nella trappola dell'elitropia da Bruno e Buffalmacco, "in sul far del dì si levò, e chiamati i compagni, per la porta a San Gallo usciti e nel Mugnon discesi, cominciarono ad andare in giù, della pietra cercando". Ma non è solo l'area di piazza della Libertà a essere interessata da una consistente falda acquifera. Non occorre risalire al Trecento per trovare testimonianze di abbondanti acque sotterranee anche nella zona di Piazza delle Cure e di Viale don Minzoni".

“E’ prassi consolidata della Commissione contattare le autorità degli Stati membri interessati per chiedere informazioni o cercare soluzioni”, scrive a Idra Ion Codescu, capo unità dell’ufficio che si occupa di applicazione, coordinamento per le infrazioni e aspetti giuridici della Direzione Generale Ambiente. La pratica di Idra, scrive Codescu, potrebbe essere registrata e trattata nell’ambito di un progetto pilota, “EU Pilot”, che la Commissione ha recentemente attivato dopo aver “concordato con vari Stati membri di collaborare per rendere più rapido ed efficace questo processo di scambio di informazioni e di soluzione dei problemi”.

Idra ha risposto con gratitudine all’avvenuto accoglimento, a Bruxelles, dell’SOS da Firenze, condividendo che si conferisca la massima rapidità all’istruzione della pratica “vista l’urgenza della materia, per i destini della nostra cara e insostituibile Firenze (della quale c’è un solo esemplare, sembra, su questo pianeta Terra…)”. E aggiunge: “Desideriamo qui ricordare, al riguardo, che i Governi italiani hanno potuto impunemente dare esecuzione per ben sei anni, ad esempio nel caso della Legge 21 dicembre 2001, n. 443 (nota come “legge obiettivo”), a norme in materia di rifiuti che una sentenza emessa dalla Corte di Giustizia europea ha condannato nel dicembre 2007 come incompatibili con le direttive europee. Temiamo perciò che la città patrimonio dell’Umanità chiamata Firenze risulti irreversibilmente impattata e violata (come è successo per gli acquiferi dell’Appennino tosco-emiliano in Siti di Importanza Comunitaria, con effetti anche qui permanenti, sempre in conseguenza della cantierizzazioni TAV), se una condanna europea dovesse intervenire, anche in questo caso, a distanza di così tanto tempo dall’avvio delle cantierizzazioni per gli scavi TAV nel capoluogo toscano, che la stampa locale annuncia come imminenti”.

 

martedì 12 giugno 2012

Fracking in Toscana?









 I permessi della European Gas Limited - ditta australiana che dice di avere depositato le proprie valutazioni di impatto ambientale per estrarre Coal Bed Methane e Shale Gas con fracking presso la regione Toscana.



 


 E cosi, come un domino ecco altri progetti per fare fracking di Coal Bed Methane in Italia e di Shale Gas.

Sono tutti e tre allo stadio preliminare e sono in Toscana.

Da quanto mi pare di capire, questa ditta, la European Gas limited, ha avuto le concessioni nel 2007 ma sta ancora chiedendo i permessi e le autorizzazioni a procedere al nostro governo.

E' tutto nel silenzio, e come sempre, se nessuno sa, dice, chiede, esige risposte, quelli gliele danno le autorizzazioni, perche' fondamentalmente non sanno neanche cosa sia il fracking!

E cosi' finira' che si arriva al fracking in Italia senza neanche chiederlo a nessuno, e poi in Toscana, come se la regione piu' turistica d'Italia potesse essere allo stesso tempo un distretto minerario con acqua inquinata, esalazioni tossiche e tremori piu' o meno forti nel sottosuolo.

Dicono che:


Reports on Environmental Impact Study’s for the three permit areas have been completed and lodged with the office of the Regione Toscana.

I rapporti sugli studi di valutazione ambientale per tutte e tre le aree sono stati completati e giacciono con gli uffici della regione Toscana.

Ma la regione Toscana ha qualcosa da dire? Lo sanno? Cosa pensano? Perche' la gente normale non sa niente di tutto cio, che magari vorremmo dire anche la nostra, no?

Tratto dal blog della Prof. Maria Rita D'Orsogna, esperta di attività petrolifere.

venerdì 11 maggio 2012

Terra Futura anche quest'anno a Firenze dal 25 al 27 maggio.

Anche quest'anno si terrà la consueta mostra-convegno Terra Futura, che si propone di riunire le migliori energie impegnate nella costruzione di un futuro equo e sostenibili. Personalità provenienti dalla società civile, dalle istituzioni e dalle imprese si danno appuntamento per discutere e per presentare soluzioni riguardo i problemi economici, ambientali e sociali della nostra epoca. Numerosi gli workshop e i convegni nei quali si discuterà di temi di grande attualità quali la riconversione ecologica dell'economia, la qualità del lavoro, il benessere, il rapporto tra legalità ed equità. Saranno presenti tra gli altri Guido Viale, Vandana Shiva, Susan George, Marco Revelli ed Enrico Giovannini. Oltre i dibattiti sarà come sempre allestita un'importante area espositiva, nella quale le imprese attive nel campo delle buone prassi presenteranno ai visitatori prodotti e soluzioni in linea con le esigenze della eco-sostenibilità. Ricco anche il calendario dei laboratori, concerti e rappresentazioni teatrali.

Orari di apertura:
venerdì 9.00/20.00
sabato 9.30/21.00 (padiglioni) – 24.00 aree esterne e animazioni
domenica 10.00/20.00

Per informazioni più dettagliate consultate il sito di Terra Futura.

lunedì 19 marzo 2012

Convegno "Dalla parte del territorio"

La Rete dei Comitati per la difesa del Territorio

organizza

DALLA PARTE DEL TERRITORIO

contraddizioni, errori, vertenze e proposte per il caso toscano
 Firenze, 24 marzo 2012, sala dell’Istituto Stensen, viale don Minzoni 24/a

Seduta antimeridiana: ore 9 – 13,30. Presiede e coordina Alberto Asor Rosa
  1. Il punto di vista della Rete.
Ore 9 – 9,30:               Alberto Asor Rosa, I compiti politici attuali del movimento ambientalista
Ore 9,30 – 10:             Claudio Greppi, Dalla vertenza al progetto. Una nuova cultura del territorio.
  1. Legislazione e costituzionalità in ambito territoriale.
Ore 10 – 10,30:           Salvatore Settis, Profilo costituzionale della tutela dell’ambiente e del paesaggio.
Ore 10,30 – 11:           Paolo Baldeschi, Il nuovo piano paesaggistico, una tessera per un diverso governo del territorio toscano.
  1. Le possibili risposte ambientali e politiche.
Ore 11 – 11,30:          Guido Viale, Conversione ecologica e territorializzazione dell’economia.
Ore 11,30 – 12:           Ornella De Zordo, Democrazia da ritrovare: dalla speculazione sul territorio alla gestione partecipata dei beni comuni.
Ore 12 – 13,30:           Interventi dei Comitati e dibattito.
13,30 – 14,30, pausa pranzo
Seduta pomeridiana, ore 14,30 – 18,30. Presiede e coordina Vezio De Lucia
  1. Le criticità e le nostre risposte.
Ore 14,30 – 15:           Alberto Magnaghi, Il patrimonio territoriale per il futuro della Toscana: campi, officine, riviere, foreste, città.
Ore 15 – 15,30:           Piero Bevilacqua, L’Appennino toscano fra abbandoni e nuove vocazioni.
Ore 15,30 – 16:           Maria Rosa Vittadini, Grandi opere: il tempo delle scelte.
Ore 16 – 16,30:           Mauro Chessa, Risorse e fragilità del territorio: dalla geotermia al dissesto idrogeologico.
Ore 16,30 – 18:           Interventi dei Comitati e dibattito.
Ore 18 – 18,30:           Alberto Asor Rosa, Conclusioni.

giovedì 23 febbraio 2012

Ennesimo attacco al paesaggio toscano: il caso di Cecina.


Stanno per partire i lavori per il Porto turistico di Cecina.

Anche solo da una ricognizione dell’area recintata, l’impatto ambientale in quel che resta della parte cecinese della Costiera degli Etruschi sembra devastante.

 

Uno dei posti più belli della costa – la foce del Cecina, con la pineta retrostante – verrà distrutto e cementificato, per accogliere, a fronte dei 600 già esistenti, ancora circa mille posti barca.


Cecina sarà l’enorme parcheggio dei parvenus col bidé marino che vanno alle isole: la sua costa ne subirà una devastazione ben superiore alla metratura già gigantesca del progetto, riducendosi lo specchio antistante a un continuo andirivieni di motoscafi, e il mare dei dintorni a una vasca di lavaggio delle latrine e delle stive di quella massa di natanti. E parlano di sviluppo turistico. Sì, quello di un immenso garage a cielo aperto.
La popolazione è stata consultata, mi dicono, soltanto 24 anni fa. Era un altro mondo. Poi, tutto il resto è stato deciso dai privati che finanziano il progetto e dai politici locali. Un patrimonio nazionale fra i pochi che, nonostante assalti violenti che durano dai tempi dell’installazione della Solvay, era in quel luogo riuscito a resistere almeno in parte alla dissipazione del paesaggio. Le facilitazioni alla speculazione edilizia e alla privatizzazione-sfruttamento di risorse pubbliche contenute nella nuova finanziaria (cf. articolo di Salvatore Settis, “La Repubblica,5 luglio 2011) completeranno lo scempio.

 

Non riesco a trovare una voce – sul web o altrove – che denunci, dopo la devastazione già avvenuta in questa zona dell’autostrada spacca-Maremma, quella che si va a perpetrare sul mare.


Due profonde ferite che stanno sfigurando e irreversibilmente degradando il paesaggio che ha nutrito alcune delle più alte manifestazioni dell’arte italiana. Una delle risorse materiali e spirituali della nostra vita, della vita di ciascuno. Uno dei luoghi cantati in tutto il mondo. E da noi stuprati, e poi distrutti nell’anodina uniformità del volgare.

 

All’insegna del motto di Bisignani:  ”Mangia tutto quello che puoi mangiare”.


Roberta De Monticelli

Link all'articolo originale.

martedì 21 febbraio 2012

Fusti tossici individuati al largo dell'isola di Gorgona.

Ci eravamo precedentemente occupati dei fusti contenenti materiali altamente inquinanti appartenti all'eurocargo Venezia della Grimaldi Lines, che lo scorso 17 dicembre sono finiti in mare in seguito a una mareggiata. Ora emergono nuovi particolari riguardo i 112 fusti contenenti tra gli altri catalizzatori di nichel e molibdeno. Essi, infatti, sarebbero stati individuati a nord-ovest dell'isola di Gorgona, anche se il condizionale è d'obbligo in queste occasioni, visto che è necessario accertarsi che si tratti proprio dei fusti della Grimaldi, e ciò si può fare solo con l'uso di una telecamera che scandagli il fondale, la cui profondità in quel punto supera i 400 metri. Inoltre bisogna incrociare le dita e sperare che i bidoni abbiano retto alla pressione e i materiali non siano già finiti in acqua, senza contare che il recupero risulterà comunque molto difficoltoso. Si tratta in pratica solo di un primo passo, ma il grosso del lavoro resta ancora da fare.
Rimane lo sconcerto per il fatto che a un battello contenente sostanze così inquinanti sia stato concesso di mettersi in mare in quelle condizioni climatiche, oltre che per il ritardo con il quale il gravissimo fatto è emerso. Ciò rende ancora più urgente fare pressione al ministro affinché blocchi le rotte a rischio, impedendo che autentici paradisi naturali come il Santuario dei Cetacei o il Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano siano compromessi irrimediabilmente.
Per chi volesse approfondire segnaliamo l'articolo tratto dal sito senzasoste.

lunedì 16 gennaio 2012

Naufragio: dopo la tragedia, il disastro ambientale.

Pubblichiamo l'articolo di Mario Tozzi sul disastro dell'isola del Giglio, già ripreso da Megachip e apparso originariamente sul quotidiano torinese La Stampa.


Dobbiamo constatare con dolore che nell’Italia del terzo millennio non si muore solo per frana o alluvione, ma anche annegati nel mare più frequentato del mondo. Mentre scriviamo sono ancora decine le persone che mancano all’appello, ma le immagini teletrasmesse non mostrano corpi in mare, né ne sono stati raccolti sulla vicinissima riva. Si spera siano stati già tratti in salvo o comunque siano stati già trasferiti, perché sarebbe davvero insopportabile pensare che siano rimasti ancora intrappolati nella nave tragicamente basculata. E non vorremmo scoprire che lo spaventoso incidente della più grande nave da crociera italiana sia dovuto alla volontà di «portare un saluto» agli abitanti dell’isola del Giglio che, siamo sicuri, ne avrebbero fatto volentieri a meno.

Dalla nave non hanno veduto le vicinissime luci di ingresso al porto? E nemmeno quelle del paese? Questa sarebbe già una colpevole mancanza di controlli, anche in caso di guasti, non ci vengano però a raccontare che lo scoglio, parzialmente asportato (a testimonianza di una velocità d'impatto elevata), non fosse segnalato nelle carte nautiche. Primo perché lo è forse dal secolo scorso, e secondo perché è praticamente attaccato alla costa e la rotta di navi come quelle mantiene distanze di almeno tre miglia dall’isola. Non per caso. E ci dicano, per favore, che le esercitazioni a bordo vengono tenute regolarmente e che l’equipaggio sa esattamente cosa fare in caso di pericolo, anche se le prime voci dei turisti scampati fanno sorgere qualche dubbio.

Ma il problema è quello delle grandi navi da crociera, che si sono trasformate in veicolo di turismo di massa (da elitarie che erano), e il cui solo equipaggio supera la popolazione residente dell’isola del Giglio stessa. Il problema è quello di un turismo mordi e fuggi che si accontenta di «toccare» più porti in una settimana, come se avvicinarsi a un’isola significhi averla non dico compresa, ma almeno assaggiata. E senza alcun vantaggio economico per le isole, che spesso non hanno nemmeno i porti adatti per ospitare navi di quel genere.

Speriamo poi che le conseguenze negative, dal punto di vista ambientale, siano limitate all’impatto dell’enorme scafo sul fondale. Impatto violentissimo, e reiterato per centinaia di metri, che certamente avrà compromesso a lungo quel breve tratto di fondale. Speriamo cioè che non ci sia sversamento in mare delle oltre 2000 tonnellate di gasolio marino che la nave portava nei suoi serbatoi. In quel caso l’isola del Giglio sarebbe condannata per alcuni anni a non ospitare quasi più nessun ecosistema marino sano.

È bene non dimenticare che un centimetro cubo di petrolio è in grado di ammazzare il 90% della vita di un metro cubo d’acqua. E sarebbe meglio ricordarlo prima di intraprendere rotte di crociera così vicine ai gioielli del nostro Tirreno: Montecristo, Capraia e Pianosa ospitano equilibri delicatissimi che morirebbero per impatti ambientali così devastanti. Naturalmente ciò vale a maggior ragione per le petroliere che incrociano proprio in quei mari ogni giorno dell’anno e il cui traffico dovrebbe essere bandito da quello che resta pur sempre il santuario europeo dei cetacei.

Il recente naufragio della nave Rena in Nuova Zelanda e questo della Costa Concordia ci rammentano che non è necessario essere petroliere per recare morte e distruzione, basta non avere il combustibile abbastanza protetto da reggere a urti simili. L’obbligo di impenetrabilità dei serbatoi dovrebbe essere un requisito indispensabile alla navigazione in certe acque.

Mario Tozzi

giovedì 12 gennaio 2012

"Grande Opera Italia", a cura del gruppo urbanistica perUnaltracittà

del GRUPPO URBANISTICA*** di perUnaltracittà, lista di cittadinanza, Firenze.


La manovra “salva Italia” potrebbe rappresentare un’occasione unica per una crescita culturale, economica ed occupazionale, se – come da molte parti è già stato sottolineato – si assumessero come Grande Opera gli interventi pubblici e collettivi di risanamento del territorio e di promozione del patrimonio. In termini meramente economici si potrebbe sostenere che la stessa natura dei luoghi, il paesaggio, il patrimonio culturale e artistico, le abilità ancora diffuse nelle popolazioni costituiscono la materia prima e la risorsa che sono proprie e intrinseche al paese. Il loro utilizzo a tutti i livelli, da quello delle abilità artigiane capaci di intervenire sul patrimonio paesistico, a quelle culturali e scientifiche che possono sostenere le innovazioni tecnologiche appropriate al potenziamento del patrimonio stesso, alle tecniche ecologiche di intervento, alle opportunità di sperimentazione e propagazione di differenti modalità di produzione in agricoltura, nei servizi e nell’istruzione, costituisce in sé un’opportunità irripetibile e concreta per una Grande Opera Italia. Che richiede investimenti e attenzioni pubbliche significativi, ma che offre rendimenti sicuri e di lungo respiro.

Per capire la straordinaria valenza di questo tipo di opera di reale interesse pubblico, basta fare il confronto con le “grandi opere pubbliche” generalmente prese in considerazione e finanziate, esaminandole da diversi punti di vista.

La grande opera infrastrutturale: si tratta in genere di interventi localizzati, ma di grande impatto, che non tengono conto a sufficienza dei luoghi che investono alterandoli profondamente, e ancor meno delle conseguenze. Spesso sono privi delle valutazioni obbligatorie a livello europeo e generalmente invocano il superamento delle verifiche e degli accertamenti, in realtà tanto più necessari perché non sono stati effettuati quando di dovere. Le finalità sono date per scontate, ma gli studi delle alternative possibili raramente vengono mai effettuati.

Nella maggior parte dei casi le grandi opere si risolvono in operazioni di distruzione di risorse ambientali, culturali ed economiche, con grave danno delle popolazioni insediate.

Per grande opera di risanamento e di promozione del territorio si intende invece un intervento vasto, multifunzionale e multisettoriale, che si esercita o su strutture ecologiche complesse (fiumi, bacini idrici, catene montuose, ecc.) o su un’area antropica di pregio e/o problematica (aree metropolitane). Aspetti ambientali e socioeconomici sono considerati in un’unica dimensione di riqualificazione integrata: le opere di intervento sono diffuse e mirano, dopo una prima fase di avvio, ad una rinascita autonoma.

La grande opera infrastrutturale è esposta ad ogni tipo di infiltrazione, anche mafiosa, e quasi sempre generatrice di speculazioni a danno dello Stato, a maggior ragione quando si usano procedure tipo Project financing o moltiplicazione dei budget (tutte regolari, per carità!); comporta il subappalto, il lavoro standardizzato, senza alcuna ricaduta economica sul territorio, e un’attività occupazionale che si esaurisce un se stessa.
L’opera di risanamento territoriale è invece distribuita e diffusa sul territorio, realizzabile anche per gradi e per processi di intervento monitorati nel tempo; comporta un coinvolgimento di lavoro differenziato, che coinvolge i saperi locali, e che è destinato a riprodursi e ad evolvere nel tempo, producendo attività ed economie durevoli, oltreché un numero di persone impiegate di gran lunga superiore all’altro modello.

Questi due diversi modi di intervenire sulla realtà, sia ambientale che socioeconomica, si riflettono anche su altri aspetti della manovra di Monti. Ad esempio sulle alienazioni del patrimonio pubblico: una cosa è vendere per fare cassa, altra cosa è usare il vasto e straordinario patrimonio pubblico italiano all’interno della grande opera pubblica e collettiva che proponiamo al fine della promozione del patrimonio stesso e per le attività di risanamento di un territorio compromesso, quali ad esempio le rive dei fiumi o le coste marine. Gli utili di questa soluzione, anche economici, in una logica sequenza temporale, sono evidenti.

Ma, come si è detto, tutto ciò consentirebbe inoltre di attivare una crescita anche nei comportamenti delle comunità italiane nei confronti del riconoscimento del territorio e del patrimonio come beni comuni della popolazione; le comunità potrebbero così affrontare e risolvere correttamente la questione del ciclo delle acque dando un esito positivo ai referendum del 2011, fino a comprendere molteplici forme di una relazione ritrovata tra popolazione e proprio insediamento, che costituisce la garanzia più sicura per il rinnovamento nel tempo delle risorse divenute appunto bene comune, e per lo sviluppo di economie su una materia prima irripetibile e legata alla vita di ognuno.

Infine, è interessante, e importante, considerare che l’opera infrastrutturale non è partecipata se non in termini di ricerca del consenso, è molto rigida ed autoritaria; la grande opera pubblica e collettiva si presta invece ad una democrazia partecipata, sia di livello intercomunale, magari anche con organismi a suffragio diretto – lontani dalla logica dei carrozzoni (Ato e simili, per rifiuti, energia ecc.) e ancora di più dalla logica delle Agenzie e delle Aziende territoriali pubbliche e private – per promuovere forme di democrazia attiva basata su Patti partecipativi condivisi, costruiti sulla base di programmi per la promozione del territorio, ormai riconosciuto consapevolmente ed operativamente come Bene Comune. Questa sì che sarebbe la vera riforma strutturale che, avviatasi in alcune realtà peninsulari, porrebbe l’Italia all’avanguardia dei paesi in via di liberazione dalla crisi neoliberista .

*** Giorgio Pizziolo, Ilaria Agostini, Daniele Vannetiello, Antonio Fiorentino, Maurizio De Zordo, Tiziano Cardosi, Alma Raffi, Franca Gianoni, Francesco D’Angelo, Rita Mencarelli, Giandomenico Savi.

martedì 13 dicembre 2011

Giornata di studi sul dissesto idrogeologico


Giovedì 15 dicembre, la Fondazione dei Geologi della Toscana ha organizzato una giornata di studi sui drammatici fatti di questo autunno intitolata Si può convivere con il dissesto idrogeologico? che si terrà nell'Aula Magna del Rettorato dell'Università di Firenze in Piazza San Marco a partire dalle 9.
Nell'immagine qua sopra trovate i dettagli del programma.