sabato 22 settembre 2012

Presentazione del libro "Non solo un treno".

Firenze, mercoledì 26 settembre
ore 17:30
Caffé Letterario Le Murate
Piazza delle Murate

presentazione del libro

Non solo un treno...
La democrazia alla prova della Val di Susa

di Livio Pepino e Marco Revelli

Ne discutono con gli autori Don Andrea Bigalli e Maurizio De Zordo

introduce Lorenzo Ferrari

Tutto è cominciato più di vent'anni fa, in un altro secolo in cui la globalizzazione felice prometteva benessere crescente e illimitato per tutti e per sempre. Allora si pensò di scavare, in una montagna piena di amianto e di uranio, una galleria di oltre 50 Km, per far correre tra Torino e Lione un treno capace di trasportare una quantità crescente di persone e di merci in tempi sempre più ridotti. L'opposizione di una valle, preoccupata della salute propria e dei propri figli, bloccò l'opera e impose rilevanti modifiche del progetto originario. Da allora il mondo è cambiato. Ci si è accorti che la linea ferroviaria storica sarebbe in grado di garantire il flusso ferroviario di merci attraverso il confine con la Francia e di assorbire l'intero traffico su gomma. Poi è arrivata una crisi economica devastante e a molti è parsa scandalosa una spesa di miliardi di euro per un'opera di dubbia utilità. E l'opposizione di una valle è diventata un movimento nazionale unito dalla convinzione che un mondo diverso è possibile. Perché tutto questo è chiaro a qualsiasi anziano di Venaus, a ogni ragazzo accampato al bivacco di Clarea, a ogni casalinga di Bussoleno, ma viene ostinatamente ignorato dai "decisori" centrali, dai politici di lungo corso, dagli addetti all'informazione nazionale? Forse perché sul "caso TAV" convergono e si intrecciano un po' tutti i sintomi che caratterizzano l'attuale male oscuro delle nostre democrazie, le cause della loro difficilmente curabile anemia. 



mercoledì 19 settembre 2012

lunedì 17 settembre 2012

Verso Firenze 10+10. Costruiamo un'altra Europa.

A 10 anni dal Forum Sociale di Firenze, dall'8 all'11 novembre è in calendario un summit internazionale tra reti, movimenti e società civile organizzata per elaborare strategie, campagne e mobilitazioni paneuropee. In vista dell'avvenimento sono indetti i primi appuntamenti, in particolare martedì 18 settembre è prevista un'assemblea pubblica territoriale volta a coinvolgere il maggior numero di forze interessate alla costruzione di un'alternativa all'attuale ordine europeo dominato dalle oligarchie finanziarie, dalla speculazione e dal fiscal compact. 

Volantino 18settembre Per maggiori informazioni è disponibile il sito appositamente dedicato all'evento Firenze10+10.

domenica 16 settembre 2012

No Monti Day il 27 ottobre a Roma.




Dopo quasi un anno di "distanza" alla riunione erano presenti tutti i sindacati di base e le forze della sinistra alternativa, oltre ovviamente al Comitato No Debito, l’unica coalizione che ha resistito come esperienza unitaria durante tutto l’ultimo anno. Dopo una discussione con molti interventi, ampiamente convergenti, la decisione è stata quella di dar vita il prossimo 27 ottobre a Roma a una manifestazione nazionale dal titolo: NO MONTI DAY.
Giovedi mattina è stata inoltrata in Questura la richiesta della piazza per sabato 27 ottobre con partenza da Piazza della Repubblica.
I punti proposti per questa mobilitazione sono: il no chiaro e netto a Monti e alla sua politica economica e sociale, quella di oggi ma anche quella di domani; il No all'Europa del Fiscal Compact e delle misure che hanno distrutto la Grecia e stanno producendo gli stessi effetti devastanti anche in Italia; l’opposizione all'attacco autoritario alla democrazia e alla repressione contro i movimenti ed il dissenso.
Dalla discussione è emerso che i promotori hanno in mente una manifestazione rigorosa e radicale nei contenuti, pacifica nella sua forma, per far sentire ovunque la voce dell'altra Italia ed esprimere il massimo sostegno a tutte le lotte in atto per i diritti e per il lavoro, dalla Val di Susa al Sulcis. Tra le proposte vi è quella che la manifestazione si concluda con una grande assemblea popolare (un pò come avvenuto il 31 marzo a Piazza Affari a Milano) dove si possa liberamente discutere di come dare continuità all'opposizione a Monti.
L’invito avanzato a tutte le forze sociali, politiche e sindacali che praticano il conflitto e si oppongono al governo, è quello di costruire insieme questo percorso specificandone e ampliandone i contenuti, fermi restando i punti di partenza e le modalità fin qui definiti.
Il prossimo mercoledì 19 settembre a Roma, alle ore 16,00, al Rialto occupato (v. S. Ambrogio, 4), ci sarà un nuovo incontro per definire conclusivamente la piattaforma e l'organizzazione della mobilitazione del 27 ottobre.

giovedì 13 settembre 2012

Il centro storico di Firenze in vendita.

di Paolo Berdini*


Il Fatto Quotidiano


L’ultima vicenda delle città in vendita spetta a Firenze. Appena si scende dalla stazione ferroviaria di Santa Maria Novella per andare verso il centro storico si passa per la piccola piazza dell’Unità d’Italia. Vi affacciano due alberghi di livello, lo storico Baglioni e il Majestic. Dalle loro finestre c’è la vista meravigliosa sul campanile e sul transetto di S. Maria. Il panorama dall’ultimo piano è – ovviamente – unico e straordinario: figuriamoci quale livello di bellezza ed esclusività si potrebbe raggiungere soprelevando gli edifici esistenti.

E quì entrano in gioco le regole e le città in vendita. Siamo nel centro storico di Firenze, uno dei più straordinari esempi della storia delle città e le regole parlano chiaro: gli edifici esistenti non possono superare l’altezza di venti metri. Quando l’hotel Baglioni chiese di poter soprelevare oltre il consentito l’ultimo piano dell’edificio per ricavarne un ancor più meraviglioso roof garden, quelle  regole urbanistiche vennero invocate dalla commissione edilizia comunale che bocciò inevitabilmente la proposta. Era il 7 luglio 2011.

Ma siamo il paese dove le regole vengono aggiustate in relazione alle esigenze di chi esercita il potere e si mette in moto la potente macchina dei legulei. Nella normativa del comune di Firenze esiste un’unica eccezione: le strutture pubbliche possono – ovviamente in casi di assoluta necessità – chiedere di derogare dal divieto di soprelevazione. Ma un albergo è una struttura privata e non potrebbe avvalersi di quella possibilità. Occorre che sia “assimilata” a una struttura pubblica, e cioè che venga giudicata di pubblica utilità. Il 26 luglio 2012 – poco tempo fa e la vicenda ha avuto eco solo per la denuncia della consigliera comunale Ornella De Zordo da sempre in prima fila nella difesa della città – una nuova riunione della commissione edilizia approva la sopraelevazione. Il trionfo dell’economia senza regole prosegue senza alcun ripensamento: a chi investe, specie in un momento di crisi economica, deve essere consentito tutto, anche di alterare il cento storico di Firenze.

C’è da chiedersi come sia possibile che chi ha espresso il parere positivo non si sia reso conto che l’eccezione approvata per il Baglioni potrà essere invocata dalla decine e decine di alberghi esistenti a Firenze, ad iniziare dall’adiacente Majstic oggi caratterizzato da un’altezza inferiore al Baglioni. Dovrebbe essere chiaro a tutti che le regole valgono fintanto che le amministrazioni pubbliche hanno la capacità di farle rispettare. Se sono proprio quelle istituzioni ad aggirarle si mette inevitabilmente in moto un processo dagli esiti imprevedibili.

Un’ultima questione. L’hotel Baglioni ha messo sul piatto della bilancia 20 mila euro (un modesto obolo) “per riqualificare la piazza”. La morale accettata dal comune di Firenze è dunque questa: siccome non ho risorse per rendere più bella e più vivibile la città, accetto che venga alterata la sua memoria storica perché posso averne in cambio soldi per finanziare opere pubbliche! E pensare che negli anni ’80 l’Italia era un fulgido esempio nel mondo per le regole che tutelavano i centri storici.
Ora c’è una sola via di uscita. Il  sindaco Matteo Renzi potrebbe trovare un piccolo ritaglio di tempo nella sua nuova attività di candidato alle primarie del Pd, ricordarsi che era stato eletto per governare Firenze e cancellare la vergogna. Non ci si può candidare a governare un paese se nella propria città le regole sono poco più che carta straccia e si aggredisce la sua storia.

*urbanista, docente e scrittore.

mercoledì 12 settembre 2012

Presentazione del libro "Europa Tossica".

Martedì 18 settembre ore 18
Feltrinelli Firenze
Via de' Cerretani 30r


Europa Tossica

di Gianni Del Panta

il libro per cercare di capire la crisi e trovare soluzioni

Ne sentiamo parlare ormai da alcuni anni a reti unificate, ma ancora molti di noi non conoscono la ragione del suo improvviso apparire e soprattutto della sua strenua permanenza. È la crisi economica, uno strano mostro moderno, capace di condizionare qualsiasi ambito della nostra esistenza.

Una crisi annunciata già dieci anni fa dagli analisti della globalizzazione e dagli attivisti dei vari Social Forum mondiali e europei che lucidamente prefiguravano quello che poi è accaduto, ma negata a oltranza da chi quella crisi ha provocato e da quanti hanno accettato passivamente il racconto e le scelte liberiste. Così, dopo aver ascoltato per molto tempo il pensiero unico dominante che indicava nel debito pubblico il principale problema, imponendo la soluzione dei tagli e dell’austerità liberista, abbiamo cercato narrazioni diverse. Quello che proponiamo in questo testo è quindi, in primo luogo, il percorso di una liberazione individuale e collettiva dalle menzogne del presente.


Un libro che vuole essere una testimonianza, ma soprattutto uno strumento di intervento per un radicale cambiamento dell’esistente. Un testo che nasce infatti come sunto degli incontri organizzati nello scorso inverno a Palazzo Vecchio da perUnaltracittà e da DemocraziaKmZero, dove economisti, studiosi, intellettuali e giornalisti indipendenti si sono confrontati con la cittadinanza cercando di comprendere l’attuale fase storica. Non solo però, perché quello che abbiamo voluto realizzare è anche un supporto teorico per contrastare quotidianamente lo svilimento delle istituzioni democratiche, i tagli alla spesa sociale, l’erosione di diritti considerati acquisiti per sempre e l’impoverimento della maggioranza della popolazione.

In occasione del percorso di avvicinamento verso Firenze 10+10 l'iniziativa che si terrà dall'8 all'11 novembre alla Fortezza da Basso con l'intento di mettere insieme e rafforzare le forze sociali e i movimenti perUnaltraEuropa, ne parliamo da Feltrinelli martedì 18 settembre alle 18 (via Cerretani 30r Firenze), con:


-Gianni Del Panta, autore del libro, giornalista, laureato in Scienze della politica e dei processi decisionali. Ha fatto parte dei movimenti studenteschi degli ultimi anni, si occupa di sistemi elettorali e movimenti sociali di contestazione. Collabora al sito Laprospettiva.eu

-Ornella De Zordo, capogruppo della lista di cittadinanza perUnaltracittà nel Consiglio comunale di Firenze.

-Giuseppe Allegri, docente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Roma. Collabora al quotidiano il Manifesto.

-Andrea Baranes, presidente della Fondazione culturale responsabilità etica, è il responsabile per le iniziative su banche e finanza della Campagna per la riforma della Banca Mondiale.

sabato 8 settembre 2012

La retorica delle grandi opere.


di Marco Ponti*

Il Fatto Quotidiano

La retorica che va per la maggiore attualmente in Italia e in Europa, è che per uscire dalla crisi lo Stato deve investire, soprattutto in grandi infrastrutture, e in particolare in quelle di trasporto (vedi linea Torino-Lione, ma di opere simili ce ne sono sul tavolo una quantità, ognuna con i propri sponsor politici e industriali). Ora il prof. Prud’homme dell’Università di Lione ha fatto un’analisi del tutto indiziaria, su un numero limitato di paesi europei (8) e per un numero limitato di anni (5, dal 2000 al 2004 compresi). Sono anni abbastanza lontani da consentirci di vedere oggi gli impatti di quella politica, ma non così lontani da collocarsi in un contesto economico troppo remoto. Ha rapportato le spesa in investimenti in infrastrutture di trasporto (strade e ferrovie) con il Pil medio di quei 5 anni considerati. Cioè ha analizzato quanta parte della loro ricchezza hanno dedicato proprio ai grandi investimenti. La limitatezza dei dati e del campione non consente ovviamente altro che di avanzare dei dubbi, cioè di rendere assai meno solido il luogo comune che recita “più grandi investimenti in trasporti = più crescita economica”.

Chi vince, nell’ordine? Primo viene il Portogallo, poi la Grecia, poi la Spagna, poi l’Italia. Buona quinta la Francia, mentre Germania, Regno Unito e Svezia sono i fanalini di coda. Non occorre ricordare come sono andate le economie di questi Paesi, in particolare Spagna e Grecia, sia in termini di crescita economica che di debito pubblico. Ma c’è stato anche un celebre precedente in Giappone: negli anni Novanta quel paese spese un’enorme quantità di denari pubblici in infrastrutture per rilanciare la crescita economica, con risultati trascurabili, se non quello di una spettacolare crescita del debito (e, sembra, di livelli di corruzione altrettanto spettacolari). La retorica delle Grandi Opere si richiama a sproposito a Keynes, grande economista inglese, che però parlava di stimolare la crescita, in periodi di crisi, con spesa pubblica che aumentasse rapidamente i consumi e l’occupazione (“impiegare i disoccupati anche a scavar buche e riempirle” era il suo noto paradosso). Le Grandi Opere sono certo spesa pubblica (soprattutto quelle ferroviarie, che, al contrario di quelle autostradali, gli utenti non pagano), ma mancano clamorosamente delle altre due caratteristiche: cioè creano poca occupazione, e non la creano rapidamente. Invece, è certamente vero che molte di queste abbiano la stessa utilità di scavar buche e riempirle (si è già citata la Torino-Lione, ma altre non scherzano). Creano poca occupazione, per ciascun euro pubblico speso, perché oggi nelle opere civili si fa quasi tutto a macchina (si pensi per esempio alle “talpe” per scavare tunnel). Il costo diretto del lavoro non supera il 25% dei costi totali. Non la creano rapidamente perché i cantieri durano 10 anni, e il “picco” di addetti necessari è spostato in là, quando si arriva ai lavori di finitura e messa in opera.

Questo approccio al rilancio economico mediante Grandi Opere, care al governo Berlusconi, sembrava molto indebolito, soprattutto per la scarsità delle risorse pubbliche. Tuttavia oggi nuove nubi si affacciano all’orizzonte, e questa volta arrivano dall’Europa, e sono fortemente caldeggiate dallo stesso governo Monti, e ovviamente da banche e grandi costruttori. Si tratta dei Project Bond e della cosiddetta “golden rule”. I primi sono di fatto garanzie europee sui prestiti (bond) che i privati possono fare per realizzare progetti. Ma ovviamente varranno per progetti europei, pensati prima della crisi, quindi di importo molto elevato e con orizzonti temporali molto lunghi. Cioè proprio Grandi Opere, e si ricorda che le Grandi Opere europee non sono altro che la sommatoria di quelle indicate dai diversi paesi, cioè per l’Italia quelle care al governo Berlusconi. Le garanzie europee sui prestiti dei privati, salvo un improbabile irrigidimento della Commissione europea, significano che se poi l’opera si rivela scarsamente utile e avrà poco traffico, l’Europa, cioè ancora le casse pubbliche, pagheranno. Un ulteriore debito pubblico, mascherato e rimandato nel tempo.

La “golden rule” significa che le spese per investimenti pubblici in infrastrutture non sarebbero più conteggiate nel debito nazionale. E il risultato sarebbe del tutto analogo a quello degli Project Bond: un forte incentivo a spendere in Grandi Opere di dubbia utilità. L’opposizione tedesca (e inglese) all’introduzione di questi strumenti, si badi, era proprio finalizzata a scoraggiare spese pubbliche clientelari e improduttive, che avrebbero pesato sui deficit per molti anni.
Angela Merkel ha fatto e continua a fare molti errori economici, ma in questo caso sembra difficile non solidarizzare, almeno un po’, con la sua visione rigorista, che appare certo più difendibile dell’allegro Keynesianismo di molti altri governi europei, supportati da interessi che con la crescita non hanno davvero nulla a che vedere. 

*Professore di Economia dei Trasporti al Politecnico di Milano

giovedì 6 settembre 2012

Piero Bevilacqua: La svendita del nostro patrimonio

E’ già accaduto che l’Italia si sia trovata in condizioni di gravi difficoltà finanziarie, gravata da un considerevole debito pubblico. Anzi, si può dire che il nostro Stato-nazione sorge, nel 1861, su una montagna di debiti contratti per sostenere le nostre guerre d’indipendenza. L’Italia, dunque, nasce indebitata, ma per  ragioni  ben diverse da quelle dei nostri anni. E tuttavia, allora come oggi, i gruppi dirigenti pensarono di trovare una soluzione mettendo in vendita il nostro patrimonio: in quel caso il vasto complesso dei demani ereditati dai vari Stati regionali. Si trattava di  un immenso complesso di terreni ed annessi  che si pensò di vendere ai privati per risanare le esauste casse del pubblico erario.

Come ha ricordato una giovane storica, Roberta Biasillo, sulle pagine del manifesto (3 aprile 2012 ) contro questa scelta si levò la voce di un  giurista dell’Italia liberale, Antonio  Del Bon, che in un “manifesto“ del 1867 elencava con grande saggezza e competenza  le ragioni che sconsigliavano la vendita del nostro patrimonio immobiliare. Egli consigliava, al contrario, di offrire ai privati le terre demaniali con un contratto di fitto venticinqunnale, così da non prosciugare i capitali di chi investiva, stimolando al contrario l’utilizzo produttivo dei terreni e lasciare tuttavia  i demani in proprietà dello Stato, quale « Tesoro della Nazione… un tesoro produttivo indefinitivamente .>>  da conservare anche per le future generazioni.

Ora, a consigliare di non vendere i nostri beni pubblici, ma di utilizzarli in altro modo per abbassare il livello del nostro debito, concorrono più ragioni che è bene non dimenticare.
Innanzi tutto – e questo è noto anche agli uomini del governo – nell’attuale situazione di mercato l’operazione si configurerebbe come una vera e propria svendita. E ciò a prescindere dalla riuscita tecnica dell’operazione.  L’obiezione secondo cui tramite un fitto di lungo periodo  la somma che lo Stato incasserebbe sarebbe insufficiente, ha scarso valore, perché questo accadrà comunque. Vendere beni pubblici è difficile. E il rischio che lo Stato corre è di privarsi di un immenso patrimonio, con manufatti anche di grande valore, ricavando alla fine somme irrisorie.

Questo è accaduto anche negli anni ’60 dell’ 800. Come ha ricordato Biasillo, nel  1872 l’allora ministro delle Finanze Quintino Sella dichiarò  alla Camera che dalla privatizzazione di beni il cui valore era 700.798.613 di lire, lo Stato aveva incassato solo 277 milioni. Non diverso esito si è avuto dalle vendite recenti. Dalle ultime due operazioni di cartolarizzazione del ministro Tremonti, a fronte di una privatizzazione di beni per 16 miliardi di euro, alle casse dello Stato ne sono arrivati solo 2.  Ma occorre richiamare alla memoria una lezione storica che vale perfettamente anche per il presente. Tutte le esperienze di vendita di beni, sia statali che ecclesiastici, lungo l’intera la storia nazionale, mostrano un effetto che costituisce una costante per così dire perversa di simili operazioni. Esse producono un generale rafforzamento dell’attitudine redditiera dei privati e deprimono, di converso, l’ardimento imprenditoriale e l’attitudine al rischio. E’ un fenomeno elementare, facile da comprendere anche per gli economisti neoliberali. Chi esborsa un significativo capitale per l’acquisto, è  poi in genere restìo  a impegnarsi in ulteriori investimenti di valorizzazione produttiva. E’ facile immaginare  che la vendita creerebbe una nuova manomorta in mano privata e sottrarrebbe capitali all’iniziativa imprenditoriale.

La convenienza a non vendere e a utilizzare i beni pubblici, come sosteneva Del Bon, quale “prospettiva di credito stabile e duraturo” trova oggi una singolare conferma  nella recente esperienza della Finlandia , alle prese con gravi problemi di finanza pubblica. Come ha ricordato il primo ministro conservatore di quel paese, Jyrki Katainen, in una intervista a Der Spiegel del 13 agosto – ne ha riferito Repubblica lo stesso giorno – anziché vendere i loro beni,  i finlandesi li hanno utilizzato come pegno per l’emissione di nuovi titoli pubblici. Tale operazione ha  ottenuto una notevole riduzione degli interessi sul debito, con un risparmio pari al 10% del Pil in un breve periodo  di tempo. «Non dimenticheremo mai questa  istruttiva esperienza” (We will never forget this formative experience), conclude Katainen.  Operazione dunque di grande interesse per noi, considerando che, in fatto di patrimonio immobiliare, la Finlandia non è certo l’Italia.

E qui veniamo ad un altro punto di riflessione.  E’ vero che nel novero di “beni pubblici” sono comprese tipologie molto varie di strutture e manufatti, anche di scarso valore storico-artistico e malamente utilizzati. Le amministrazioni locali  spesso non conoscono gli immobili di cui sono proprietari, o che appartengono allo Stato,  e pagano talora lauti affitti ai privati – come ha ricordato Paolo Berdini sul manifesto del 10 agosto -  per ospitare scuole od uffici. Ma, fatte  le debite distinzioni, occorre ricordare a tutti – ai nostri governanti, al nostro  ceto politico, agli economisti e ai giornalisti che scrivono di temi economici – che i beni pubblici dell’Italia non sono i demani postunitari, né  gli immobili  della Finlandia. I nostri  sono i beni ricadenti nei confini di un paese che, secondo l’Unesco, racchiude il 60% del patrimonio  artistico dell’umanità. Dobbiamo perciò chiederci: case del rinascimento, chiese sconsacrate, castelli, monasteri, ville, palazzi signorili, devono finire in mani private? Ma quelle opere non solo hanno un valore artistico in sé,  come singoli manufatti. Essi sono spesso legati a una più larga trama urbana e territoriale e compongono, nel loro complesso e nel contesto del nostro paesaggio,  la bellezza dell’Italia, la sua fisionomia e la sua identità nel mondo. Quindi la sua ricchezza inalienabile presente e futura. Quella ricchezza che nessuna mirabilia tecnologica può riprodurre, che non può essere minacciata dalla concorrenza delle manifatture cinesi o indiane, ma che oggi, paradossalmente, può essere distrutta dall’interno, dal ceto politico di governo.

Molti di quei beni racchiudono il nostro passato, la nostra memoria , la trama della nostra storia e del genio nazionale.  E allora ? Devono perdere la loro natura e fisionomia di bene comune, di patrimonio collettivo, essere smembrate e accaparrate da mani privati, magari da coloro che nell’ultimo ventennio hanno fatto le loro fortune nelle scorribande piratesche della finanza deregolata?
C’è infine una ulteriore ragione di opposizione all’alienazione del nostro patrimonio. Una ragione  sociale rilevante, che occorre mettere in campo contro la liquidazione della nostra identità e della nostra storia. Come ha ricordato  Ugo Mattei, molti di questi beni, nel corso di numerosi decenni, sono stati restaurati, hanno ricevuto tutela e manutenzione  grazie all’intervento pubblico e quindi con il supporto della fiscalità generale. Dunque essi sono giunti sino all’attuale stato grazie al concorso materiale di tutti gli italiani. E’ evidente che essi appartengono a tutti noi, non solo come lascito della nostra storia, ma come frutto del nostro lavoro e dei nostri risparmi. Chi dà legittimità morale e politica di vendere il nostro passato a un pugno di uomini che nessuno ha eletto, che dureranno qualche mese alla guida del paese? E per ripianare quale debito? Gli uomini della Destra storica, che misero in vendita il demanio, dovevano ripianare  le spese sostenute per liberare con le armi l’Italia e realizzare l’unità del Paese. Ma oggi? Il nostro debito è pubblico perché grava su tutti noi, ma le sue origini sono prevalentemente private. Oggi dovremmo svendere il nostro patrimonio per rimediare a oltre 40 anni di privilegi del ceto politico regionale e nazionale, agli affarismi clientelari dei gruppi di potere, a costose “grandi opere”, alle facilitazioni alle grandi imprese (in primis e per decenni, alla Fiat),  al complice lassismo fiscale dei vari governi, perfino alle spese di guerra ( dai Balcani all’Afghanistan) in violazione della nostra Costituzione?

Eppure, tale strada segna un grave errore politico dell’economicismo neoliberista . Questo ambito della manovra del governo attuale – ma anche di quelli che nel prossimo futuro dovessero muoversi  sulla stessa linea – costituisce  una grande occasione culturale e politica per la sinistra italiana. Perché laddove verrà minacciata la vendita ai privati di manufatti importanti di un determinato territorio, sarà possibile attivare la reazione popolare in difesa di beni e monumenti che  costituiscono,  in tanti casi, il pregio e l’identità di un luogo. Non solo sarà possibile vedere all’opera Italia Nostra, il Fai ecc. che metteranno in evidenza il valore del singolo manufatto, ma sarà  l’occasione per rendere le popolazioni più vivamente consapevoli dei patrimoni  singolari che fanno la fisionomia del  loro comune,  del loro borgo,  del loro quartiere urbano. E le lotte in difesa di questi speciali beni comuni, contro la loro privatizzazione,  costituiranno l’occasione per mostrare ad aree sempre più vaste di opinione pubblica il fondo miserabile della cultura capitalistica del nostro tempo.  Alla furia privatizzatrice del ceto politico neoliberista sarà possibile contrapporre l’idea di una società che difende i beni pubblici della bellezza, dell’identità dei luoghi, della memoria storica, della condivisione comune degli spazi del vivere sociale.

Perché, infine, anche quest’altra drammatica differenza va segnalata,  tra i padri della patria che  nell’ ’800 vendevano i demani e gli attuali governanti. Quegli uomini avevano un’idea dell’Italia che volevano costruire.  I nostri  governanti, tecnici di lungo corso del capitale, annaspano nel caos che essi stessi hanno  contribuito ad alimentare. Il termine futuro, che ritorna ossessivo nei loro discorsi, è come la parola luce in bocca ai  ciechi, che invocano ciò che non vedono, testimonia lo smarrimento di ogni idea del nostro possibile avvenire. Nessun’altra prospettiva emerge dalle loro parole, se non rendere tutto il vivente perfettamente vendibile. La futura società che essi  riescono a prefigurare non è che un pulviscolo di individui e di presidi privati tenuti insieme dagli scambi monetari. Per questo, difendere  i nostri beni artistici, il  patrimonio collettivo della nazione, consentirà  di mostrare ancor più nitidamente il nulla verso cui marciano questi fautori della crescita, il cui unico orizzonte è quello di sciogliere la società nell’acido del mercato.

sabato 1 settembre 2012