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lunedì 29 ottobre 2012

Debito pubblico: se non capisco non pago

perUnaltracittà - lista di cittadinanza e la Campagna di mobilitazione "Per una nuova finanza pubblica" lanciata da Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Smonta il debito, Attac Italia, Rivolta il debito
 
 presentano:
 
Debito pubblico: se non capisco non pago
 
Campagna per una gestione sovrana del debito
Presentazione del kit prodotto dal
Centro Nuovo Modello di Sviluppo
 
con Francesco Gesualdi e Cristiano Lucchi
 
introduce Ornella De Zordo
 
Martedì 30 ottobre alle 17.30
Firenze - Palazzo Vecchio (Sala delle Miniature 3° piano)
 
Si narra che per colpa del debito pubblico ciascuno di noi, neonati compresi, porti un debito di 33.000 euro. Non si sa a che titolo, né verso chi. Ma tutti ci dicono che dobbiamo pagare. Anche a costo di perdere scuola, pensioni e sanità. Sarà!... Ma a noi non pare accettabile pagare alla cieca. Prima dobbiamo capire a chi e perché. Solo dopo possiamo decidere se e quanto pagare, perché non è detto che tutto ci torni.

Attraverso la messa a punto di schede informative e la promozione di gruppi locali di sensibilizzazione, la campagna "Debito pubblico: se non capisco non pago" ha l'obiettivo di mettere tutti in condizione di capire il problema e dire la propria sulle vie per uscirne. Il documento chiave è rappresentato da un semplice Kit informativo gratuito sul debito che può essere scaricato, stampato, condiviso su facebook, e anche usato come dispensa ad uso personale o come mostra pubblica.
 
Martedì 30 ottobre alle 17.30 in Palazzo Vecchio Cristiano Lucchi dialogherà con Francesco Gesualdi, attivista e fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo che presenterà il kit, disponibile anche in formato cartaceo per chi interverrà. Introdurrà l'incontro Ornella De Zordo, capogruppo della lista di cittadinanza perUnaltracittà nel Consiglio comunale di Firenze.

sabato 8 settembre 2012

La retorica delle grandi opere.


di Marco Ponti*

Il Fatto Quotidiano

La retorica che va per la maggiore attualmente in Italia e in Europa, è che per uscire dalla crisi lo Stato deve investire, soprattutto in grandi infrastrutture, e in particolare in quelle di trasporto (vedi linea Torino-Lione, ma di opere simili ce ne sono sul tavolo una quantità, ognuna con i propri sponsor politici e industriali). Ora il prof. Prud’homme dell’Università di Lione ha fatto un’analisi del tutto indiziaria, su un numero limitato di paesi europei (8) e per un numero limitato di anni (5, dal 2000 al 2004 compresi). Sono anni abbastanza lontani da consentirci di vedere oggi gli impatti di quella politica, ma non così lontani da collocarsi in un contesto economico troppo remoto. Ha rapportato le spesa in investimenti in infrastrutture di trasporto (strade e ferrovie) con il Pil medio di quei 5 anni considerati. Cioè ha analizzato quanta parte della loro ricchezza hanno dedicato proprio ai grandi investimenti. La limitatezza dei dati e del campione non consente ovviamente altro che di avanzare dei dubbi, cioè di rendere assai meno solido il luogo comune che recita “più grandi investimenti in trasporti = più crescita economica”.

Chi vince, nell’ordine? Primo viene il Portogallo, poi la Grecia, poi la Spagna, poi l’Italia. Buona quinta la Francia, mentre Germania, Regno Unito e Svezia sono i fanalini di coda. Non occorre ricordare come sono andate le economie di questi Paesi, in particolare Spagna e Grecia, sia in termini di crescita economica che di debito pubblico. Ma c’è stato anche un celebre precedente in Giappone: negli anni Novanta quel paese spese un’enorme quantità di denari pubblici in infrastrutture per rilanciare la crescita economica, con risultati trascurabili, se non quello di una spettacolare crescita del debito (e, sembra, di livelli di corruzione altrettanto spettacolari). La retorica delle Grandi Opere si richiama a sproposito a Keynes, grande economista inglese, che però parlava di stimolare la crescita, in periodi di crisi, con spesa pubblica che aumentasse rapidamente i consumi e l’occupazione (“impiegare i disoccupati anche a scavar buche e riempirle” era il suo noto paradosso). Le Grandi Opere sono certo spesa pubblica (soprattutto quelle ferroviarie, che, al contrario di quelle autostradali, gli utenti non pagano), ma mancano clamorosamente delle altre due caratteristiche: cioè creano poca occupazione, e non la creano rapidamente. Invece, è certamente vero che molte di queste abbiano la stessa utilità di scavar buche e riempirle (si è già citata la Torino-Lione, ma altre non scherzano). Creano poca occupazione, per ciascun euro pubblico speso, perché oggi nelle opere civili si fa quasi tutto a macchina (si pensi per esempio alle “talpe” per scavare tunnel). Il costo diretto del lavoro non supera il 25% dei costi totali. Non la creano rapidamente perché i cantieri durano 10 anni, e il “picco” di addetti necessari è spostato in là, quando si arriva ai lavori di finitura e messa in opera.

Questo approccio al rilancio economico mediante Grandi Opere, care al governo Berlusconi, sembrava molto indebolito, soprattutto per la scarsità delle risorse pubbliche. Tuttavia oggi nuove nubi si affacciano all’orizzonte, e questa volta arrivano dall’Europa, e sono fortemente caldeggiate dallo stesso governo Monti, e ovviamente da banche e grandi costruttori. Si tratta dei Project Bond e della cosiddetta “golden rule”. I primi sono di fatto garanzie europee sui prestiti (bond) che i privati possono fare per realizzare progetti. Ma ovviamente varranno per progetti europei, pensati prima della crisi, quindi di importo molto elevato e con orizzonti temporali molto lunghi. Cioè proprio Grandi Opere, e si ricorda che le Grandi Opere europee non sono altro che la sommatoria di quelle indicate dai diversi paesi, cioè per l’Italia quelle care al governo Berlusconi. Le garanzie europee sui prestiti dei privati, salvo un improbabile irrigidimento della Commissione europea, significano che se poi l’opera si rivela scarsamente utile e avrà poco traffico, l’Europa, cioè ancora le casse pubbliche, pagheranno. Un ulteriore debito pubblico, mascherato e rimandato nel tempo.

La “golden rule” significa che le spese per investimenti pubblici in infrastrutture non sarebbero più conteggiate nel debito nazionale. E il risultato sarebbe del tutto analogo a quello degli Project Bond: un forte incentivo a spendere in Grandi Opere di dubbia utilità. L’opposizione tedesca (e inglese) all’introduzione di questi strumenti, si badi, era proprio finalizzata a scoraggiare spese pubbliche clientelari e improduttive, che avrebbero pesato sui deficit per molti anni.
Angela Merkel ha fatto e continua a fare molti errori economici, ma in questo caso sembra difficile non solidarizzare, almeno un po’, con la sua visione rigorista, che appare certo più difendibile dell’allegro Keynesianismo di molti altri governi europei, supportati da interessi che con la crescita non hanno davvero nulla a che vedere. 

*Professore di Economia dei Trasporti al Politecnico di Milano

giovedì 6 settembre 2012

Piero Bevilacqua: La svendita del nostro patrimonio

E’ già accaduto che l’Italia si sia trovata in condizioni di gravi difficoltà finanziarie, gravata da un considerevole debito pubblico. Anzi, si può dire che il nostro Stato-nazione sorge, nel 1861, su una montagna di debiti contratti per sostenere le nostre guerre d’indipendenza. L’Italia, dunque, nasce indebitata, ma per  ragioni  ben diverse da quelle dei nostri anni. E tuttavia, allora come oggi, i gruppi dirigenti pensarono di trovare una soluzione mettendo in vendita il nostro patrimonio: in quel caso il vasto complesso dei demani ereditati dai vari Stati regionali. Si trattava di  un immenso complesso di terreni ed annessi  che si pensò di vendere ai privati per risanare le esauste casse del pubblico erario.

Come ha ricordato una giovane storica, Roberta Biasillo, sulle pagine del manifesto (3 aprile 2012 ) contro questa scelta si levò la voce di un  giurista dell’Italia liberale, Antonio  Del Bon, che in un “manifesto“ del 1867 elencava con grande saggezza e competenza  le ragioni che sconsigliavano la vendita del nostro patrimonio immobiliare. Egli consigliava, al contrario, di offrire ai privati le terre demaniali con un contratto di fitto venticinqunnale, così da non prosciugare i capitali di chi investiva, stimolando al contrario l’utilizzo produttivo dei terreni e lasciare tuttavia  i demani in proprietà dello Stato, quale « Tesoro della Nazione… un tesoro produttivo indefinitivamente .>>  da conservare anche per le future generazioni.

Ora, a consigliare di non vendere i nostri beni pubblici, ma di utilizzarli in altro modo per abbassare il livello del nostro debito, concorrono più ragioni che è bene non dimenticare.
Innanzi tutto – e questo è noto anche agli uomini del governo – nell’attuale situazione di mercato l’operazione si configurerebbe come una vera e propria svendita. E ciò a prescindere dalla riuscita tecnica dell’operazione.  L’obiezione secondo cui tramite un fitto di lungo periodo  la somma che lo Stato incasserebbe sarebbe insufficiente, ha scarso valore, perché questo accadrà comunque. Vendere beni pubblici è difficile. E il rischio che lo Stato corre è di privarsi di un immenso patrimonio, con manufatti anche di grande valore, ricavando alla fine somme irrisorie.

Questo è accaduto anche negli anni ’60 dell’ 800. Come ha ricordato Biasillo, nel  1872 l’allora ministro delle Finanze Quintino Sella dichiarò  alla Camera che dalla privatizzazione di beni il cui valore era 700.798.613 di lire, lo Stato aveva incassato solo 277 milioni. Non diverso esito si è avuto dalle vendite recenti. Dalle ultime due operazioni di cartolarizzazione del ministro Tremonti, a fronte di una privatizzazione di beni per 16 miliardi di euro, alle casse dello Stato ne sono arrivati solo 2.  Ma occorre richiamare alla memoria una lezione storica che vale perfettamente anche per il presente. Tutte le esperienze di vendita di beni, sia statali che ecclesiastici, lungo l’intera la storia nazionale, mostrano un effetto che costituisce una costante per così dire perversa di simili operazioni. Esse producono un generale rafforzamento dell’attitudine redditiera dei privati e deprimono, di converso, l’ardimento imprenditoriale e l’attitudine al rischio. E’ un fenomeno elementare, facile da comprendere anche per gli economisti neoliberali. Chi esborsa un significativo capitale per l’acquisto, è  poi in genere restìo  a impegnarsi in ulteriori investimenti di valorizzazione produttiva. E’ facile immaginare  che la vendita creerebbe una nuova manomorta in mano privata e sottrarrebbe capitali all’iniziativa imprenditoriale.

La convenienza a non vendere e a utilizzare i beni pubblici, come sosteneva Del Bon, quale “prospettiva di credito stabile e duraturo” trova oggi una singolare conferma  nella recente esperienza della Finlandia , alle prese con gravi problemi di finanza pubblica. Come ha ricordato il primo ministro conservatore di quel paese, Jyrki Katainen, in una intervista a Der Spiegel del 13 agosto – ne ha riferito Repubblica lo stesso giorno – anziché vendere i loro beni,  i finlandesi li hanno utilizzato come pegno per l’emissione di nuovi titoli pubblici. Tale operazione ha  ottenuto una notevole riduzione degli interessi sul debito, con un risparmio pari al 10% del Pil in un breve periodo  di tempo. «Non dimenticheremo mai questa  istruttiva esperienza” (We will never forget this formative experience), conclude Katainen.  Operazione dunque di grande interesse per noi, considerando che, in fatto di patrimonio immobiliare, la Finlandia non è certo l’Italia.

E qui veniamo ad un altro punto di riflessione.  E’ vero che nel novero di “beni pubblici” sono comprese tipologie molto varie di strutture e manufatti, anche di scarso valore storico-artistico e malamente utilizzati. Le amministrazioni locali  spesso non conoscono gli immobili di cui sono proprietari, o che appartengono allo Stato,  e pagano talora lauti affitti ai privati – come ha ricordato Paolo Berdini sul manifesto del 10 agosto -  per ospitare scuole od uffici. Ma, fatte  le debite distinzioni, occorre ricordare a tutti – ai nostri governanti, al nostro  ceto politico, agli economisti e ai giornalisti che scrivono di temi economici – che i beni pubblici dell’Italia non sono i demani postunitari, né  gli immobili  della Finlandia. I nostri  sono i beni ricadenti nei confini di un paese che, secondo l’Unesco, racchiude il 60% del patrimonio  artistico dell’umanità. Dobbiamo perciò chiederci: case del rinascimento, chiese sconsacrate, castelli, monasteri, ville, palazzi signorili, devono finire in mani private? Ma quelle opere non solo hanno un valore artistico in sé,  come singoli manufatti. Essi sono spesso legati a una più larga trama urbana e territoriale e compongono, nel loro complesso e nel contesto del nostro paesaggio,  la bellezza dell’Italia, la sua fisionomia e la sua identità nel mondo. Quindi la sua ricchezza inalienabile presente e futura. Quella ricchezza che nessuna mirabilia tecnologica può riprodurre, che non può essere minacciata dalla concorrenza delle manifatture cinesi o indiane, ma che oggi, paradossalmente, può essere distrutta dall’interno, dal ceto politico di governo.

Molti di quei beni racchiudono il nostro passato, la nostra memoria , la trama della nostra storia e del genio nazionale.  E allora ? Devono perdere la loro natura e fisionomia di bene comune, di patrimonio collettivo, essere smembrate e accaparrate da mani privati, magari da coloro che nell’ultimo ventennio hanno fatto le loro fortune nelle scorribande piratesche della finanza deregolata?
C’è infine una ulteriore ragione di opposizione all’alienazione del nostro patrimonio. Una ragione  sociale rilevante, che occorre mettere in campo contro la liquidazione della nostra identità e della nostra storia. Come ha ricordato  Ugo Mattei, molti di questi beni, nel corso di numerosi decenni, sono stati restaurati, hanno ricevuto tutela e manutenzione  grazie all’intervento pubblico e quindi con il supporto della fiscalità generale. Dunque essi sono giunti sino all’attuale stato grazie al concorso materiale di tutti gli italiani. E’ evidente che essi appartengono a tutti noi, non solo come lascito della nostra storia, ma come frutto del nostro lavoro e dei nostri risparmi. Chi dà legittimità morale e politica di vendere il nostro passato a un pugno di uomini che nessuno ha eletto, che dureranno qualche mese alla guida del paese? E per ripianare quale debito? Gli uomini della Destra storica, che misero in vendita il demanio, dovevano ripianare  le spese sostenute per liberare con le armi l’Italia e realizzare l’unità del Paese. Ma oggi? Il nostro debito è pubblico perché grava su tutti noi, ma le sue origini sono prevalentemente private. Oggi dovremmo svendere il nostro patrimonio per rimediare a oltre 40 anni di privilegi del ceto politico regionale e nazionale, agli affarismi clientelari dei gruppi di potere, a costose “grandi opere”, alle facilitazioni alle grandi imprese (in primis e per decenni, alla Fiat),  al complice lassismo fiscale dei vari governi, perfino alle spese di guerra ( dai Balcani all’Afghanistan) in violazione della nostra Costituzione?

Eppure, tale strada segna un grave errore politico dell’economicismo neoliberista . Questo ambito della manovra del governo attuale – ma anche di quelli che nel prossimo futuro dovessero muoversi  sulla stessa linea – costituisce  una grande occasione culturale e politica per la sinistra italiana. Perché laddove verrà minacciata la vendita ai privati di manufatti importanti di un determinato territorio, sarà possibile attivare la reazione popolare in difesa di beni e monumenti che  costituiscono,  in tanti casi, il pregio e l’identità di un luogo. Non solo sarà possibile vedere all’opera Italia Nostra, il Fai ecc. che metteranno in evidenza il valore del singolo manufatto, ma sarà  l’occasione per rendere le popolazioni più vivamente consapevoli dei patrimoni  singolari che fanno la fisionomia del  loro comune,  del loro borgo,  del loro quartiere urbano. E le lotte in difesa di questi speciali beni comuni, contro la loro privatizzazione,  costituiranno l’occasione per mostrare ad aree sempre più vaste di opinione pubblica il fondo miserabile della cultura capitalistica del nostro tempo.  Alla furia privatizzatrice del ceto politico neoliberista sarà possibile contrapporre l’idea di una società che difende i beni pubblici della bellezza, dell’identità dei luoghi, della memoria storica, della condivisione comune degli spazi del vivere sociale.

Perché, infine, anche quest’altra drammatica differenza va segnalata,  tra i padri della patria che  nell’ ’800 vendevano i demani e gli attuali governanti. Quegli uomini avevano un’idea dell’Italia che volevano costruire.  I nostri  governanti, tecnici di lungo corso del capitale, annaspano nel caos che essi stessi hanno  contribuito ad alimentare. Il termine futuro, che ritorna ossessivo nei loro discorsi, è come la parola luce in bocca ai  ciechi, che invocano ciò che non vedono, testimonia lo smarrimento di ogni idea del nostro possibile avvenire. Nessun’altra prospettiva emerge dalle loro parole, se non rendere tutto il vivente perfettamente vendibile. La futura società che essi  riescono a prefigurare non è che un pulviscolo di individui e di presidi privati tenuti insieme dagli scambi monetari. Per questo, difendere  i nostri beni artistici, il  patrimonio collettivo della nazione, consentirà  di mostrare ancor più nitidamente il nulla verso cui marciano questi fautori della crescita, il cui unico orizzonte è quello di sciogliere la società nell’acido del mercato.

giovedì 19 luglio 2012

Il Tunnel Tav sotto Firenze costerà 200 milioni in più del previsto.

Pubblichiamo il comunicato stampa di perUnaltracittà sul nuovo immane spreco di denaro pubblico per un'opera già di per sé inutile e pericolosa.


 A quando una “spending review” sugli sprechi veri e non sui diritti dei cittadini?
Tav, De Zordo, Alberici: "200 milioni in più per il tunnel (+30%)" I costi lievitati da 694 a 890 milioni.
La talpa tenuta ferma è costata finora 5 milioni.

I dati sono di quelli pesanti: Nodavia - il General contractor dell'attraversamento dell'Alta velocità fiorentina -annuncia che nonostante ancora non siano partiti i lavori degli "interventi maggiormente complessi e impattanti”, il costo dell’intervento è già passato da 694 milioni iniziali a oltre 890 milioni, con un incremento di 200 milioni, quasi il 30%.

E ancora, aver voluto montare una fresa gigantesca (quanto chiasso mediatico intorno a “Monna Lisa”!) quando non c’era la possibilità di portare via il materiale, e quindi di fatto tenere tutto fermo, ha comportato secondo Nodavia “danni pari a 5 milioni di euro”, di cui chiede conto perché qualcuno ha deciso “discrezionalmente di non gestire il materiale come rifiuto ma di attendere il perfezionamento del percorso giuridico-amministrativo per gestire il materiale come terra e roccia”, che forse, come da audizione in Provincia, avverrà nell’autunno. E quanto ci sarà costato il parcheggio di Monna Lisa a Ponte del Pino a quel punto?

Eppure in tanti avevamo chiesto di fermarsi, quando ai tanti già denunciati si è aggiunto il problema dello smaltimento dell’enorme quantità di materiale scavato. Ma l’importante era l’esibizione muscolare della potenza della grande opera (della serie  “la mia talpa è più grossa della tua”, ma purtroppo non siamo in un film di Alvaro Vitali), non importa se inutile, non importa se dannosa, l’importante è che sia costosa.

A quanto si arriverà alla fine? Nessuno può fare previsioni, la tratta Firenze-Bologna, tanto per dire,  ha avuto un costo finale di oltre il 400% dell’iniziale. Se poi, come prevedibile, ci saranno dei danni, e se questi saranno in qualche modo risarciti, indovinate da dove verranno le risorse: naturalmente dal bilancio pubblico.

Già Nodavia chiede un accordo bonario per rivedere drasticamente il costo dell’opera, ed è solo il primo, o minaccia di andarsene, che sarebbe comunque la soluzione migliore, anche dovendo pagare qualche penale, niente in confronto al conto che sarà presentato alla fine.

Una riflessione sul debito pubblico e la famigerata ''spending review"

E’ sempre antipatico il ruolo di Cassandre, di quelli che  “l’avevamo detto!”, ma correremo il rischio: si, l’avevamo detto, insieme a comitati, associazioni, esperti, e chiunque si fosse preso la briga di sollevare i veli sul mondo opaco dell’Alta Velocità: questi appalti sono fatti in modo da garantire innanzitutto, e immancabilmente, un vertiginoso aumento dei costi, e cioè, chiamiamo le cose con il loro nome, del nostro famoso debito pubblico. Per una volta non parliamo di falda, di impatti, di danni agli edifici, di camion e cantieri infiniti, di aria inquinata e traffico in tilt e salute che se ne va, parliamo di soldi, dei nostri soldi. Si tagliano le pensioni, si abbassano i salari, si diminuiscono o si cancellano i servizi, la sanità, la scuola. Si licenziano anche senza giustificato motivo decine di migliaia di lavoratori.

I trasferimenti dello Stato alla Regione Toscana per la spesa sociale sono passati dal 2011 al 2012 da 62 milioni a 1 (uno). Però ci si ostina a fare un tunnel inutile che ancor prima di essere cominciato ha aumentato il costo di 200 (duecento) milioni, che naturalmente vanno, insieme agli altri, ad ingrassare le solite tasche di chi certo non è toccato da una spending review che evita accuratamente i grandi sprechi, e i grandi interessi.

L'esigenza di fermarsi prima del baratro è sempre più urgente, ci auguriamo che i citadini e le cittadine di firenze aprano gli occhi e facciano sentire la loro voce nei confronti di chi, per interesse, intende danneggiare la città e rubarci il futuro.

giovedì 12 luglio 2012

Un'ora di lucidità.

Vi proponiamo il video dell'intervento che Nino Galloni, ex direttore generale del Ministero del Lavoro, ha tenuto durante il workshop del Partito Umanista sulla democrazia diretta. Si tratta di una vera e propria "lectio magistralis" sulla storia economica d'Italia, di cui Galloni è stato per parte protagonista in prima persona. Un excursus che parte dalla Prima Guerra Mondiale fino a toccare i temi delle crisi odierna, passando per il miracolo economico italiano, l'entrata nello Sme, le privatizzazione dei primi anni '90 e altre scellerate scelte di politica economica che stanno facendo precipitare l'Italia verso un declino economico, sociale e civile. 




mercoledì 23 maggio 2012

Al Convegno di Firenze l'allarme degli esperti sui rischi del Tav.

Articolo tratto dal quotidiano online Lettera43.

I cantieri della Tav potrebbero portare l’indebitamento fuori controllo. È stato questo l’allarme lanciato il 22 maggio da un pool europeo formato da specialisti del settore dei trasporti e professori universitari, tra i quali il critico Alberto Asor Rosa e l'ex direttore della Normale di Pisa Salvatore Settis.
 
ITALIA A RISCHIO SPECULAZIONE. Un «think tank» che ha inviato al presidente del Consiglio Mario Monti ed al commissario alla spending review Enrico Bondi un documento che invita l’Italia a «fermare i progetti ferroviari ‘alta velocita’ a Firenze e in Val di Susa», perché come «grandi opere» producono «un notevole aumento del debito pubblico» e renderebbero ancora di più «l'Italia bersaglio della speculazione internazionale».
Una richiesta giustificata non solo dall'impatto «devastante» che i due progetti avrebbero sul capoluogo toscano e sulla Val di Susa, ma anche dalla «situazione delle finanze dello Stato italiano», che ne «sconsiglia la realizzazione».
 
FORTE INDEBITAMENTO PUBBLICO. Nonostante questo, hanno sottolineato a Monti gli autori del documento, «in un periodo in cui i mercati finanziari si concentrano sul debito pubblico di Stati come Spagna, Portogallo, Italia, il suo governo sostiene con forza le grandi opere, che, qualora venissero perseguite, produrrebbero un ulteriore e notevole aumento del debito pubblico».
 
LA TAV MANDEREBBE IN ROSSO I CONTI FS. «Segnaliamo», è stato scritto ancora nella lettera, «che la Troika (commissione Ue, Bce, Fmi), ha incluso espressamente il debito delle società statali, come sono le Ferrovie dello Stato, nel debito complessivo della Grecia. Gli investimenti nei progetti di Av in Italia aumenterebbero di molti miliardi il debito di Fs e di Rfi. Dunque l'Italia potrebbe diventare il bersaglio della speculazione internazionale».
 
SPAGNA E GRECIA HANNO RINUNCIATO. Il gruppo di esperti europei nella lettera al presidente Mario Monti ha ricordato anche come, «a causa della crisi finanziaria», sia il Portogallo sia la Spagna abbiano deciso di abbandonare quattro grandi progetti, dei quali tre relativi all'altà velocità: «in Portogallo la tratta da Porto per Vigo (Spagna) e la connessione Lisbona Madrid. In Spagna il mantenimento del servizio della tratta Av già costruita Toledo-Cuenca-Albacete».
Il documento è stato sottoscritto, oltre che Asor Rosa e Settis, anche dai professori Hermann Knoflacher del politecnico di Vienna, Heiner Monheim del'università di Treviri, Rolf Monheim dell'università di Bayreuth.
 
PUNTARE SU TRASPORTI SOSTENIBILI. Il testo è stato presentato il 22 maggio a Firenze, nell'ambito di un incontro organizzato dai locali comitati anti Tav al quale ha preso parte lo stesso Asor Rosa insieme ad alcuni dei docenti stranieri. «La realizzazione della Tav è un'opera perversa, oltre che diseconomica», ha detto il critico, «e la lettera 'europea' che presentiamo oggi (il 22 maggio) testimonia che chi vi si oppone non lo fa per interessi squisitamente localistici, ma perché crede in un modo diverso, più umano, democratico e sostenibile di concepire i trasporti e gli interventi infrastrutturali».
 
PROGETTO DI FIRENZE IRRESPONSABILE. Oltre alla lettera inviata a Monti, durante l'incontro il think tank ha presentato una seconda lettera, inviata in questo caso agli amministratori locali toscani (il presidente della Regione Enrico Rossi, il sindaco di Firenze Matteo Renzi, il presidente della Provincia di Firenze Andrea Barducci).
Nella missiva, il programma di costruzione del tunnel Av sotto il capoluogo toscano è definito «irresponsabile», «eccessivamente costoso» e «portatore di danni all'assetto idrogeologico del territorio», mentre viene consigliata l'adozione del progetto della Tav di superficie realizzato alcuni fa nell'ateneo fiorentino.

lunedì 26 marzo 2012

A Firenze il "Manifesto degli economisti sgomenti".

per Unaltracittà - lista di cittadinanza Democrazia Km Zero
nell'ambito del ciclo di appuntamenti per approfondire
i temi della crisi economica e finanziaria

organizza l'incontro

Manifesto degli economisti sgomenti

Capire e superare la crisi. Con Andrea Baranes della campagna "Smonta il debito" intervistato da Cristiano Lucchi

introduce Ornella De Zordo

 
mercoledì 28 marzo, ore 16:30
Firenze-Palazzo Vecchio, Sala delle Miniature 
 
 Il Manifesto degli economisti sgomenti (Minimun fax) è un libro essenziale per diverse ragioni. Innanzitutto è un vademecum chiarissimo per chi vuole mantenere un occhio critico sulla realtà: in dieci concisi capitoli smentisce altrettante false certezze sulla crisi economica che sentiamo ripetere, indiscusse, sui media: dall’idea che «i mercati finanziari sono efficienti» a quella che «l’aumento del debito pubblico è il risultato di una spesa eccessiva». In secondo luogo è la proposta concreta di una serie di misure economiche da adottare invece di quelle fallimentari adoperate finora. Infine è una guida a una serie di pratiche che ogni giorno ciascuno di noi, nel suo piccolo, può mettere in atto, per costruire insieme un’economia diversa e migliore.

La crisi che attraversiamo si sta rivelando uno tsunami capace di distruggere economie di intere nazioni come la Grecia, mettere in discussione la tenuta stessa dell’Unione Europea, portare anche l’Italia a un crac sociale di dimensioni imprevedibili. Le ricette delle istituzioni sono ben note: salvataggio delle banche a tutti i costi, fiducia cieca nella stessa bolla finanziaria che ha creato il disastro, e politiche di austerity che acuiscono il conflitto sociale. Ma nel frattempo si sta diffondendo una sensibilità diversa, alternativa al neoliberismo, secondo la quale è necessario porre delle regole alla finanza globale in nome di una società più equa.

Questo libro, originariamente uscito in Francia e pubblicato per la prima volta in italiano da Sbilanciamoci!, viene presentato in una nuova edizione aggiornata e arricchita da un contributo inedito di Andrea Baranes.

sabato 14 gennaio 2012

Il debito pubblico e gli enti locali

per Unaltracittà - lista di cittadinanza Democrazia Km Zero
nell'ambito del ciclo di appuntamenti per approfondire
i temi della crisi economica e finanziaria

organizza l'incontro


Europa tossica: crisi del capitalismo, crisi del debito, crisi della politica

Il debito pubblico e gli enti locali

con Ivan Cicconi, autore de "Il libro nero dell'alta velocità, ovvero il Futuro di Tangentopoli diventato storia".

Interviene Tiziano Cardosi, introduce Ornella De Zordo

martedì 17 gennaio, ore 16:30
Palazzo Vecchio, 3° piano, Sala delle Miniature


Un viaggio inquietante tra aziende partecipate, project financing, esternalizzazioni. Il debito pubblico usato per finanziare la speculazione finanziaria è diventato il male assoluto. Ma da dove arriva questo macigno, con quali meccanismi si è formato, come si riproduce? E dove è nascosta quella grossa fetta di debito che oggi esiste ma non è ancora conteggiata nel bilancio dello stato?

Alcuni meccanismi che generano debito sono infine legati al bilancio degli enti pubblici: dal project financing all'intrico delle aziende partecipate.

La legislazione vigente, inoltre, spinge ulteriormente i Comuni a indebitarsi a tutto svantaggio per i cittadini. Conoscere e capire il baratro in cui ci ha spinto la favola liberista (privatizzazioni comprese) è un passo importante per uscire dalla crisi economica e da quella della democrazia.


mercoledì 4 gennaio 2012

Seminario sulla campagna di congelamento e audit del debito pubblico.

CORSO DI FORMAZIONE PER MILITANTI DI BASE

FIRENZE 7-8 GENNAIO 2012, Via Santa Marta 7 (tel. 055489089)


Sabato 7 gennaio

Ore 13-14 Accoglienza dei partecipanti

Ore 14,30: Presentazione della campagna e del corso

Ore 15-16: La formazione del debito pubblico e le sue modalità di gestione prima dell'entrata nell'euro

Ore 16-17,30: La gestione del debito pubblico nella cornice dell'euro: la politica monetaria dell'Unione Europea, ruolo e scopi della BCE, la linea imposta dalla Germania, rischi e convenienze dell'Italia a rimanere nell'euro.

Ore 17,30 – 18 pausa

Ore 18-19,30 La speculazione all'attacco del debito pubblico: l'esplosione della finanza e della speculazione, chi come e perché specula sul debito pubblico, i danni per la comunità, la posizione delle banche e le conseguenze sul sistema produttivo.

Ore 20 cena

Ore 21,30 – 23 Fare campagna: come stimolare la partecipazione sul debito pubblico, come fare movimento per ottenere un'indagine conoscitiva sull'illegittimità del debito pubblico.


Domenica 8 gennaio

Ore 8,30-11,15 Le politiche di gestione del debito pubbico. Le varie posizioni in campo, le loro molteplici specificità e conseguenze possibili. La politica liberista del pagare a tutti i costi sulle spalle dei deboli; la politica del pagare a tutti i costi salvaguardando le priorità sociali e ambientali; la politica del pagare tramite prestito forzoso; il congelamento come sospensione momentanea del pagamento del debito; l'annuncio di default e ristrutturazione del debito; il ritorno alla lira.

Ore 11,15 -12 L'audit del debito: cos'è, cosa si prefigge, come è stato attuato

Ore 12-12,30 Confronto conclusivo

Ulteriori informazione possono essere reperite qui.

mercoledì 7 dicembre 2011

Lettera di un simpatizzante fiorentino a Giulietto Chiesa

Uscire dall'euro? Lettera a Giulietto Chiesa


Seguo Giulietto Chiesa da qualche anno, ed a parte le sue idee, le sue inchieste e le sue battaglie che mi trovano concorde, dal lato umano mi ispira fiducia (nonostante io lo abbia visto solo attraverso il video). Conosco Megachip e sono interessato a tutte le tematiche che affrontate. Sono d’accordo che questo sistema sia finito, saturo, e che bisogni trovare nuove “Alternative” per la nostra vita. Sono anni che cerco di parlarne e spronare i miei amici, conoscenti, familiari, ma non è per niente facile coinvolgerli sul serio, nonostante che si rendano perfettamente conto che la situazione è molto delicata e che le prospettive future spaventino e non poco. Sono pienamente d’accordo sul “non pagare il debito”, pur pensando alle conseguenze che questa decisione così importante possa avere. Ma credo che restando nell’Euro, le conseguenze ed il futuro sarebbero e saranno molto peggiori. E poi, l’idea di essere considerato un “consumatore”, un codice fiscale o addirittura un “codice a barre”… con presente e passato pesantemente influenzato dalle decisioni e dalle strategie stabilite a tavolino dai signori del “dietro le quinte”, mi fa davvero impazzire di rabbia. Io punterei molto su questo tema. Il “NON PAGARE IL DEBITO” potrebbe diventare davvero l’arma vincente di “Alternativa”. L’italiano, pur dormiente, sa che le cose così sono diventate insostenibili e che rischiamo sul serio di diventare un paese di terzo mondo. Ovviamente sono perfettamente consapevole che faranno di tutto per discreditarci e buttare fango sulle nostre tesi, che la lotta sarà dura, ma qui non stiamo parlando di vincere un privilegio o ottenere una concessione. Qui si parla di sopravvivenza della nostra Italia. Il “rischio ne vale altamente la candela”. E’ stato fatto un “golpe” di stato alla popolazione non solo italiana, ma europea. E questo iniziando dal Trattato di Maastricht, proseguendo con l’entrata nell’Euro e finendo con il Trattato di Lisbona. La maggior parte della popolazione nemmeno conosce i contenuti del Trattato di Lisbona e nemmeno sospetta che il funzionamento dell’Euro ci abbia totalmente tolto la sovranità monetaria. In tanti non immaginano a chi davvero appartenga la Banca d’Italia ola BCE… Maquesto fa parte della strategia: rendere la popolazione apatica ed ignorante, creare una falsa illusione di benessere, distrarli con falsi problemi. E su questo le colpe vanno ben distribuite (e ce ne sarebbe da discutere per giornate intere). Ho seriamente paura sulle privatizzazioni dei servizi essenziali che ci renderanno sempre più schiavi di questo sistema corrotto: vedi l’acqua(nonostante il referendum, sono convinto che faranno di tutto per raggiungere il loro scopo), l’energia, i trasporti… Le scie chimiche mi rovinano l’umore ogni volta che sollevando gli occhi al cielo, le intravedo. A volte, mi fermo a guardarle come se stessi guardando un ufo, per cercare di richiamare l’attenzione. Le fotografo addirittura. Ma tanta gente è convinta davvero che siano aerei di linea e che si tratti di scie di condensazione. Equitalia è davvero un’associazione a delinquere di stampo mafioso. Cartelle pazze, espropri, pignoramenti, fermi dei mezzi, etc etc. Questa è una guerra contro i poveri, contro chi ha pochi mezzi per difendersi e lotta nella disperazione. I temi sono tanti, complessi delicati, non mi voglio troppo dilungare. Parlando di me, ti dico subito che non sono una persona che ama i cerimoniali (anche per questo, forse, sono stato sempre fuori dai classici partiti politici, che ritengo la espressione massima dell’ipocrisia). Mi piace l’idea di un partito, di un’associazione, di un gruppo, dove tutti siano partecipi ed interessati attivamente, preparati culturalmente, informati con numeri e dati. Mi ritengo una persona concreta, efficiente (che spesso va al dunque senza troppi sprechi di tempo ed energia) e ben organizzata. Mi piace occuparmi di temi importanti, come quelli che si trattano in Alternativa, e non perder tempo per problemi superflui facilmente risolvibili. Vi pregherei, se fosse possibile, di indicarmi delle prime letture per iniziare ad avere una buona preparazione fondamentale per comunicare con la gente.

Saluti. Piero Lorenzo

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Caro Piero,

la tua lettera mi riempie il cuore di soddisfazione. Quello che scrivi e’ il nostro programma, e’ il nostro metodo. Non ho quasi nulla da aggiungere. Salvo un problema di tattica politica. Su cui io stesso sto riflettendo. Proclamare l’obiettivo di uscire dall’euro lo ritengo un errore. Per lo meno in questa fase, nella quale gli stessi potentati mondiali ed europei sono ancora in lotta tra di loro per decidere se lo vogliono liquidare loro, l’euro, o se conviene loro di più tenerselo. E’ una partita disperata (così io la interpreto) nella quale loro sono impegnati e alla quale noi non siamo in grado di partecipare ne’ di influire.

Quali siano i loro calcoli noi non sappiamo, perche’ non abbiamo le cifre vere in mezzo alle quali si dibattono. Scegliere in queste condizioni significa scegliere alla cieca e, magari, anche nel nostro piccolo, fare il gioco di uno dei nostri nemici contro l’altro, senza poter sapere quale dei due e’ il piu’ astuto e pericoloso. Considero la parola d’ordine “noi il debito non lo paghiamo” la migliore possibile nelle date condizioni. Perche’ ci consente due cose importanti: aggregare una forza sociale che potrebbe divenire significativa in prospettiva, e mettere in discussione la cosa piu’ cruciale, cioe’ il ritorno alla sovranita’ monetaria senza esporci all’accusa di essere stati noi ad abbattere l’euro. Quale che sia l’esito, dobbiamo sapere che sara’ doloroso per grandi masse popolari e che non abbiamo nessun bisogno di essere indicati come coloro che hanno contribuito a provocarlo. Inoltre io ritengo che un ritorno alla sovranita’ monetaria sarebbe possibile anche mantenendo l’euro, ma all’interno di un contesto europeo radicalmente mutato, con l’avvio di un nuovo processo costituente, con la cancellazione di Maastricht e Lisbona, con referendum popolari obbligatori ecc.

In sintesi: ritengo che, per ora, euro ed Europa (per l’Europa come istituzione il ragionamento dev’essere assai piu’ corposo di quello che qui appena ,accenno) godano ancora di una certa popolarità, di un appeal molto diversificato ma di cui dobbiamo tenere conto. Se sono i nemici a demolirli, per conto loro, e’ un conto (e saranno loro a dovere spiegare perche’ lo fanno; se siamo noi a gridare ai quattro venti che e’ questo che vogliamo, mi pare evidente che ci assumiamo la corresponsabilita’ di quella loro decisione. Se decideranno di mantenerlo avremo l’occasione di attaccarli per averci imposto i prezzi da pagare che ci annunciano. E potremo allora tirare almeno una parte delle somme che, al momento non siamo in grado di tirare per difetto di informazione.

Non paghiamo il debito e’ la parola d’ordine che ci consente di agire subito, a nostra volta, senza autocostringerci a scoprire tutte le nostre carte (purtroppo, non dimentichiamolo mai, assai esigue).

Un secondo ragionamento riguarda il tuo impegno. Non so la tua eta’, non so dove abiti. Ma Alternativa c’è. Iscriviti, prendi contatto con uno dei nostri gruppi sul territorio. E comincia ad agire con Alternativa e non piu’ da solo. Da come ti descrivi capisco che saresti straordinariamente utile ad un lavoro essenziale per la nostra crescita.

Letture? Inutile che ti dica quale dei miei libri leggere. Sul mio sito li troverai nella bibliografia. Ma te ne aggiungo qualcuno da dove potresti cominciare: Luigi Sertorio e Erika Renda: “Cento Watt per il prossimo miliardo di anni”. . E “I limiti dello sviluppo. Update trent’anni dopo”, del Club di Roma. Il titolo italiano non e’ preciso al 100%, ma se vai in libreria lo trovi (Edizioni Mondadori, se non erro 2002). Comincia da qui. Quando avrai finito queste due letture preliminari ci risentiamo. Nel frattempo mi auguro che tu sia già in Alternativa e che potremo discuterne insieme.

Molti cari saluti. Giulietto

Link all'originale.

mercoledì 23 novembre 2011

Comitato "No Debito", assemblea con Giorgio Cremaschi

Giovedì 24 novembre
ore 20,30
SMS di Rifredi

Assemblea con Giorgio Cremaschi


Il ciclo di incontri locali promosso dal Comitato "No Debito", nato a Roma il 1° ottobre scorso, fa tappa a Firenze. L'obiettivo dell'assemblea è quello di promuovere la discussione pubblica intorno ai 5 punti che costituiscono la base di partenza di una piattaforma politica che si prefigge la difesa della di sicurezza, futuro, diritti, reddito, lavoro, uguaglianza e democrazia di fronte all'assalto della speculazione finanziaria e delle politiche economiche neoliberiste propugnate dalle istituzioni europee.

I cinque punti sono:

1) Non pagare il debito, far pagare i ricchi e gli evasori fiscali, nazionalizzare le banche.


2) No alle spese militari e cessazione di ogni missione di guerra, no alla corruzione e ai privilegi di casta.




3) Giustizia per il mondo del lavoro. Basta con la precarietà. Siamo contro l'accordo del 28 giugno e l'articolo 8 della manovra finanziaria.




4) Per l'ambiente, i beni comuni, lo stato sociale. Per il diritto allo studio e alla scuola pubblica.




5) Una rivoluzione per la democrazia. Uguale libertà per le donne. Parità di diritti per i migranti. Nessun limite alla libertà della rete. Il vincolo europeo deve essere sottoposto al nostro voto.



Questo che segue è il documento approvato il 27 ottobre dal Coordinamento "No Debito".



La Bce in agosto ha mandato una lettera al governo italiano in cui chiede di distruggere tutto lo stato sociale, tutti i nostri diritti, di mettere all’asta i nostri beni comuni, per pagare le cambiali del nostro debito alle banche e alla speculazione finanziaria internazionale. Berlusconi alla fine ha risposto, accettando tutte le condizioni capestro e mettendocene anche qualcuna in più.

Non si tratta più solo dell'annuncio della libertà di licenziamento, sempre più desiderata e sempre più vicina, visto l'articolo 8, visti i ricatti aziendali, vista la distruzione dei diritti e l'estensione della precarietà. Oggi un tallone di ferro schiaccia il mondo del lavoro e ogni misura di flessibilità e di liberalizzazione serve solo a calare i salari e i diritti, a sfruttare di più. Per questo l'accordo del 28 giugno non è un freno ma un inutile resa a questa aggressione.


Ma a tutto questo si aggiungono le misure apparentemente più neutre, a partire dall’avanzo primario di bilancio, che significa in realtà la distruzione di ciò che resta dello stato sociale, per finanziare le banche. E si aggiungono le privatizzazioni e le liberalizzazioni. Così si cancella la nostra democrazia, tradendo il referendum di giugno, ove la grande maggioranza degli italiani aveva detto no alla privatizzazione dell’acqua e dei beni comuni. Siamo all’opposto di ciò che grida il movimento occupy wall street: non ci si preoccupa di ciò che chiede e di ciò di cui ha bisogno il 90% della popolazione, ma si difendono gli interessi e il potere della parte più ridotta, del 10%.

La lettera di intenti di Berlusconi è semplicemente una cambiale sulla nostra democrazia. Bisogna rifiutarla oggi, con le lotte e con la mobilitazione democratica: ci trattano come la Grecia, dobbiamo reagire come il popolo greco. Per difendere la nostra democrazia le opposizioni e i sindacati devono dire prima di tutto che quelle lettere non valgono nulla e non sono esigibili. Altrimenti la crisi della nostra democrazia affonderà nella palude delle finzioni. La lettera della Bce, la lettera di Berlusconi vanno strappate in faccia all’Europa, altrimenti sono tutte chiacchiere.

La drammatica evoluzione della crisi italiana, l’aggressione sempre più estesa ai diritti sociali e civili, danno ragione al percorso che abbiamo iniziato il 1° ottobre e mostrano tutta la validità e tutto il potenziale della mobilitazione del 15 ottobre.

Chi ha manifestato in quel giorno, così come chi lotta in Val Susa, nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche, nei territori e nelle città, oggi non è solo contro il governo Berlusconi, ormai alla conclusione della sua parabola, ma anche contro quel potere economico finanziario che nel nome del debito vuol far pagare alla maggioranza della popolazione tutti i costi della crisi. La manifestazione del 15 ottobre, le iniziative che l’hanno preceduta, erano quindi contro due avversari: il governo e, assieme ad esso, la Bce e la dittatura finanziaria che sta distruggendo i diritti in tutta Europa.

Gli scontri del 15 ottobre e la successiva loro gestione mediatica hanno oscurato per alcuni giorni tutto questo. Si è così prodotta una regressione del confronto, si è tornati indietro di molti anni e sono state cancellate le novità vere della mobilitazione. Questa regressione è un risultato negativo che non può essere ignorato. Il problema non è riproporre una divisione tra buoni e cattivi nelle lotte e nei movimenti. La questione di fondo è quella della autodeterminazione dei movimenti e delle lotte, che le manifestazioni successive al 15, da quella dei metalmeccanici a quelle della Val Susa, hanno esemplificato.

Una manifestazione composita, plurale ma unitaria non può essere spinta e segnata da scelte che la manifestazione del 15 ha subìto, percepito in gran parte come ostili e, soprattutto, mai discusso. Nessuno può imporre pratiche e azioni di distruzione durante il corteo, che si sono ritorte contro la manifestazione stessa. La questione non è quella della rabbia esistente e del modo di farla valere e vedere. La questione è quella che nessuno può imporre le proprie modalità a tutto il movimento, né soprattutto può imporre scelte che la grande maggioranza non condivide. Allo stesso modo affermiamo che la gestione della polizia a piazza San Giovanni è stata evidentemente irresponsabile e ha prodotto la radicalizzazione e la generalizzazione degli scontri.

Riteniamo però a questo punto che non si possa andare avanti all’infinito in questa discussione. Occorre prendere atto che la manifestazione del 15 ha determinato questo risultato negativo e trovare le modalità per cui il proseguimento delle iniziative, reso indispensabile dall’aggravarsi della crisi, non ripresenti gli stessi problemi. Questa è la ragione per cui riteniamo necessaria una discussione di merito politico tra tutte le forze che hanno in comune la lotta contro la globalizzazione e la politica della Bce e dell’Unione europea. L’ultimatum consegnato al governo pochi giorni fa, a cui Berlusconi ha risposto con la sua vergognosa lettera, conferma che abbiamo due avversari. Oltre al governo Berlusconi, dobbiamo essere contro l’Unione europea così come è oggi, con la dittatura delle banche e della finanza che impone le sue scelte a tutti i governi.

La manifestazione del 15 conteneva un vuoto politico e una debolezza, che si è cercato di affrontare anche con proposte come quella dell’accampata, che avevano lo scopo di affermare una radicalità necessaria e diversa da quella delle manifestazioni tradizionali. Questa debolezza politica era accentuata dal fatto che la manifestazione del 15 appariva di più come una scadenza importata, nel quadro di un appuntamento internazionale di grandissimo valore, piuttosto che un obietto di lotta nostro. Occorre una piattaforma precisa, oggi, contro gli avversari italiani ed europei dei diritti sociali e civili; per questo pensiamo che non sia riproducibile nel nostro paese l’esperienza dei social forum. Esauritasi l’esperienza del social forum italiano e in profonda crisi quella europea, è necessario pensare a nuove modalità di costruzione e a una precisa piattaforma da collocare in spazi politici pubblici italiani ed europei.

Abbiamo quindi lanciato il 1° ottobre un movimento contro il pagamento del debito, contro la dittatura delle banche, con 5 punti sul piano sociale e politico che per noi rappresentano una reale alternativa. Abbiamo anche sottolineato che oggi come oggi non solo il centrodestra, ma anche il centrosinistra non assumono questi temi e anzi, in molti casi, ne sono addirittura controparte. Per questo abbiamo rivendicato la necessità di un nuovo spazio politico pubblico che dia legittimità piena a rivendicazioni politiche e sociali oggi assolutamente estranee a gran parte dell’attuale sistema rappresentativo. Su questo, secondo noi, si deve sviluppare il confronto, se si vuole mantenere il dialogo tra espressioni diverse del movimento.

Occorre quindi che da ogni parte si faccia la scelta precisa di rinunciare all’egemonia e di aprirsi al confronto di merito. Noi non pretendiamo di essere tutto il movimento, così come pensiamo che nemmeno altre forze o gruppi lo siano. Tutti insieme, misurandoci concretamente sulle differenze e sui contenuti, siamo in grado di costruire grandi iniziative. Ma per superare la crisi del 15 ottobre occorre un’operazione di verità e non il diluvio di polemiche.

La crisi politica nel nostro paese rende sempre più chiaro che la nostra democrazia è commissariata dal regime delle banche e della finanza d’Europa. Per questo comprendiamo la diffidenza che si sviluppa tra chi lotta, rispetto a tutte quelle istituzioni che sorridono alle mobilitazioni, salvo poi sostenere scelte economiche e politiche che vanno esattamente contro i contenuti di esse.

Il futuro dei movimenti in Italia è quindi fondato sull’indipendenza dall’attuale quadro politico. Questo è il punto su cui si deve davvero discutere, anche misurandoci sulle diverse opzioni. Forse questo è il punto su cui si è discusso meno, occorre cioè una pratica democratica assembleare dove ci si confronti davvero sulla piattaforma, dal debito, al lavoro, all’ambiente, alle questioni sociali, alla democrazia. Non è più tempo di diplomatismi o di minimi comun denominatori, abbiamo visto che questi creano una debolezza politica che viene poi coperta da altre scelte e altre forze.

Se vogliamo uscire dalla sindrome del post 15 ottobre dobbiamo quindi affrontare con democrazia, partecipazione e rispetto una grande discussione democratica sui contenuti della nostra piattaforma.

Per queste ragioni il nostro movimento, appena iniziato il 1° ottobre, decide di rilanciare la compagna e l’organizzazione della lotta contro il debito e per una vera alternativa sul piano economico, sociale e democratico. Andremo avanti, sui contenuti e nella ricerca di forme nuove di partecipazione e democrazia, disposti e interessati al confronto con tutti, ma nella consapevolezza che la crisi italiana è troppo grave per continuare con inutili polemiche.

Il comitato promotore del movimento No debito, dà appuntamento il 17 dicembre a Roma per una grande assemblea, preceduta da iniziative e incontri in tutto il territorio del paese.

Comitato promotore “No debito”


mercoledì 31 agosto 2011

Francuccio Gesualdi e il debito pubblico italiano.

Pubblichiamo questo articolo di Francuccio Gesualdi, presidente del Centro Nuovo Modello di Sviluppo di Vecchiano, apparso sul sito Pisa notizie, che a nostro avviso ricostruisce correttamente la genesi storica del problema del debito pubblico italiano.

Se volessimo fissare la data in cui in Italia venne sancita la fine della sovranità popolare per dare spazio alla sovranità dei mercati, dovremmo andare al 12 febbraio 1981, un giorno passato alla storia anche come il giorno del divorzio. Non fra coniugi in carne e ossa, ma fra le massime istituzioni finanziarie italiane: la Banca d'Italia e il Ministero del Tesoro. La procedura venne aperta con una lettera di Beniamino Andreatta, ministro del Tesoro, ma Carlo Azelio Ciampi, governatore della Banca , l'aspettava con trepidazione. Dopo tutto, era concordata.

Più che di un ripudio, si trattò di un invito a farsi da parte, la richiesta di sospendere quella che fino a quel giorno era un'abitudine consolidata. Allora, come oggi, la Banca d'Italia fungeva da tesoreria dello Stato e fra le tante funzioni che aveva, c'era anche quella di vendere i buoni emessi dal Tesoro per finanziare il debito pubblico. Ma a quei tempi c'era ancora la lira e la Banca d'Italia emetteva anche moneta, una funzione che svolgeva in stretta collaborazione con il governo. Succedeva, così, che se in occasione di qualche asta per la vendita dei titoli pubblici, non tutto veniva venduto, la Banca d'Italia acquistava la rimanenza tramite la stampa di nuova moneta. Il vantaggio di questa pratica era che il debito dello stato era più nominale che reale. Lo svantaggio era che generava inflazione, un aspetto seccante per tutti, ma a lamentarsi di più era il grande capitale che non sopportava di assistere, impotente, alla svalutazione del proprio denaro. Del resto l'inflazione generata da eccesso di moneta, per i bisogni del pubblico, non era un fenomeno limitato all'Italia e fu così che negli anni 70 si sviluppò, a livello mondiale, una nuova teoria economica, detta monetarista, che chiedeva allo stato di ridurre l'emissione di moneta lasciando che il mercato stabilisse da solo, di quanti e quali mezzi di pagamento avesse bisogno, attraverso la libera attività bancaria e la libera formazione dei tassi di interessi. La richiesta trovò prima accoglienza in Reagan e Thatcher ma poi fece breccia in ogni altro governo e in Italia ebbe la sua prima concretizzazione con quella lettera che Andreatta inviò a Ciampi il 12 febbraio 1981.

Il primo effetto del nuovo corso fu l'aumento dei tassi di interesse. Tolta di mezzo la Banca d'Italia, il mercato attuò subito la politica del ricatto dichiarandosi disponibile ad acquistare i titoli pubblici solo ad alti tassi di interesse che nel giro di un anno raddoppiarono dal 12 al 24%. Tant'è la spesa pubblica per interessi passò dai 20mila miliardi di lire del 1980 ai 127mila miliardi di lire nel 1990. Così si era messo in moto un processo di accumulo del debito provocato non da un aumento di spese pubbliche, ma di spese per interesse.

Il secondo effetto fu un aumento della dipendenza dagli investitori esteri fino a giungere alla situazione odierna che vede il 44% dei titoli pubblici nelle mani di istituti finanziari stranieri. E non della Banca Centrale Europea, che avendo come funzione principale quella di contenere l'inflazione in perfetta logica monetarista, solo di recente ha accettato di acquistare titoli di stato dei paesi europei più esposti. Se andiamo a vedere chi sono gli intermediari internazionali attraverso i quali il Ministero del Tesoro colloca i propri titoli sul mercato mondiale, troviamo le banche americane Bank of America-Merrill Lynch, Citi, Goldman Sachs, JP Morgan, Morgan Stanley, le inglesi HSBC, Royal Bank of Scotland e Barclays, le svizzere Credit Suisse e UBS, la tedesca Deutsche Bank, la francese BNP Paribas.

Oggi che i mercati hanno portato lo scontro al livello più alto, l'aspetto che fa più paura è il comportamento della politica. In una democrazia normale, parlamento e governo agiscono per la difesa del bene comune e quando si accorgono che qualcuno li sta prendendo per la gola non cedono al ricatto, ma tirano fuori la loro potestà legislativa per ristabilire l'ordine fra chi comanda e chi obbedisce. Non è con le manovre e le manovrine che se ne esce, ma affrontando il toro per le corna, prima di tutto congelando il pagamento di interessi e capitale, tanto per spuntare le armi della speculazione. Poi affrontando i nodi strutturali del debito. Il debito pubblico italiano ha raggiunto l'astronomica cifra di 1900 miliardi di euro, appesantito recentemente di un miliardo di euro per il salvataggio del Portogallo. Ma noi come pensiamo di pagarlo un debito del genere e in quanto tempo? Ha senso ipotecare i prossimi decenni per prestiti che fin dall'inizio sono stati effettuati attraverso semplici scritture contabili e che oggi sono solo un mezzo per consentire ai loro detentori di intascarsi una parte crescente del gettito fiscale? Non dimentichiamo che l'ammontare degli interessi è a 80 miliardi di euro ossia il 25% delle entrate tributarie. Quanto vorremo continuare con una redistribuzione alla rovescia, ossia prendendo a tutti per dare ai più ricchi? Altro che imporre in Costituzione l'obbligo di pareggio in bilancio. Qui bisogna decidere come ci liberiamo del debito accumulato, riducendo il capitale in base alla posizione economica dei soggetti che lo detengono. E poi bisogna ridiscutere a chi attribuiamo potere di emissione di moneta, a chi facciamo finanziare le esigenze di cassa dei governi, come limitiamo la speculazione finanziaria. Serve tornare a fare politica alta e se i parlamentari si mostrano inadeguati, per paura o condizionamento ideologico, allora devono essere i cittadini ad alzare la voce affermando, una volta per tutte, che la sovranità appartiene al popolo, non ai mercati.


Francuccio Gesualdi


Link all'originale: http://www.pisanotizie.it/news/rubrica_20110823_intervento_francuccio_gesualdi_debito_internazionale.html