lunedì 19 novembre 2012

La Toscana nel fango.

Articolo a cura del Gruppo d'Intervento Giuridico.

Lo sapevamo, eravamo stati avvertiti, ma in questi anni poco o niente è stato fatto.
La Toscana si è svegliata dentro un’altra tragedia, impregnata di incuria, di  trascuratezza, di sfruttamento in nome del cemento e delle speculazioni. Adesso si contano gli enormi danni, ancora una volta purtroppo anche umani. Non sempre la minima energia regala il massimo rendimento, almeno non in natura.
La terra è bassa e faticosa, dicono i contadini, così anche la preziosa campagna toscana è stata abbandonata, cementificata o ceduta all’agricoltura industriale. Lo spopolamento delle montagne e dei boschi, lasciati a se stessi senza alcuna manutenzione, causano ogni anno devastanti incendi e situazioni pericolose per il territorio e per  gli abitanti che lo vivono, come le frane e le inondazioni.
Sentiamo di case e strade costruite sopra a corsi d’acqua, e piani urbanistici che sentenziano l’ineludibilità del consumo del territorio, diritti che sono senza revoche, costituiti dai privati o da potenti banche.
Nemmeno la civile Toscana si è sottratta a questo, malgrado giorno dopo giorno assistiamo a tragici eventi che si susseguono a un ritmo sempre più pressante. Non ci vogliono molte tecnologie per capire che il territorio non è infinito, e che la natura dell’acqua è quella di scorrere. Ci stiamo pericolosamente lasciando portare alla follia nella deriva del massimo sfruttamento, bypassando la legge dei ritmi naturali del mondo.
Anche la nostra mente vacilla.  Ci siamo dimenticati che noi siamo ospiti, e come tutti gli ospiti dovremmo lasciare come abbiamo trovato.


campagne sommerse dall’acqua intorno ad Orvieto


Da anni marciamo completamente come forsennati nel senso opposto, distruggendo tutto ciò che possiamo, costruiamo in più invece di mantenere quello che di buono già esiste, senza prevenire i possibili disastri, senza investire in posti di lavoro per stabilizzare questo territorio che è malato, senza bonificare preziose aree da recuperare. Questi sono i futuri posti di lavoro. Invece l’unica cosa che sappiamo fare è portare avanti grandi opere inutili che da anni prosperano, senza se e ma - presto e bene.. – come dice il Governatore della Toscana Enrico Rossi (invece i contadini direbbero che il presto e bene non stanno facilmente insieme!).
Tutto questo contro il volere di migliaia di persone, lasciando il territorio avvelenato, abbandonato a se stesso, umiliato.
Vi ricordate la difesa del Governatore per la costruzione della nuova fabbrica Laika, con altro consumo di territorio agricolo, e con le tombe Etrusche che andranno sfollate?!   Un territorio così fertile, siamo nel cuore del Chianti, vale molto di più di una fabbrica, anche come posti di lavoro. Invece hanno fatto passare gli oppositori, gente competente e attenta all’ambiente che li circonda, per degli incoscienti e faziosi visionari. E questo accade ogni giorno.
Sentiamo di ponti dimenticati, binari abbandonati, strade che spariscono nel nulla. Investiamo tutti i nostri risparmi in grandi progetti inutili, come il fantasma del ponte di Messina, o come i famelici Tunnel Tav, o come la stramiliardaria e isolata stazione AV Foster, sotto la bella Firenze, città che il sindaco Renzi dice tanto di amare, però poi ha firmato l’accordo per tutto il possibile (tanto poi il posto andrà a un altro, e così via..).
Queste sono offese, non solo al mondo che ci ospita con tanta generosità, ma all’intelligenza umana, e a chi resta un briciolo di dignità e senso del futuro, ha il dovere di reagire e di ribellarsi.

Elena Romoli, Gruppo d’Intervento Giuridico – Toscana

giovedì 15 novembre 2012

Una Piana da Salvare, assemblea pubblica.

Informiamo che "Il nodo a Nord Ovest" che opera presso la SMS di Peretola, ha deciso, con la Rete dei Comitati organizzati da Alberto Asor Rosa, di lanciare un appello, "UNA PIANA DA SALVARE", che chiede la totale conservazione dei "vuoti" presenti nella piana Prato-Firenze come misura necessaria all'equilibrio territoriale e ambientale dell'intera area metropolitana, respingendo in particolare il previsto potenziamento dell'Aeroporto Vespucci e adottando una strategia che non richieda il ricorso all'inceneritore di rifiuti.

L'appello verrà illustrato e presentato
 
 VENERDI' 16 NOVEMBRE
 
Firenze, ore 17
 
 in un'assemblea pubblica, organizzata da vari comitati, che si terrà presso la SMS di Peretola ( Via Pratese 48), con la partecipazione del

prof. Alberto  Asor Rosa e dell'urbanista Vezio de Lucia.

 

mercoledì 7 novembre 2012

Firenze 10+10, ci siamo.

Tratto da altracittà.

Qui potete scaricare il programma definitivo.

Oltre 3.000 partecipanti provenienti da 21 paesi e da 215 tra organizzazioni, sindacati, reti e campagne attive in Europa. Quattro giornate di lavori, la stessa cornice di dieci anni fa, la Fortezza da Basso, ma un contesto economico e politico tutto diverso. Quando, nel 2002, i movimenti e le reti europee si diedero appuntamento a Firenze per dar vita al primo Forum sociale europeo, la crisi era, nelle proporzioni che poi ha assunto a partire dal 2007, solo una previsione rintracciabile nelle analisi dei movimenti sull’impatto prossimo della globalizzazione economico-finanziaria. Oggi, invece, è una realtà nella quale siamo tutti immersi. E’ per questo che l’incontro europeo “Firenze 10+10/Unire le forze per un’altra Europa” non vuole essere una commemorazione, ma un appuntamento che ha due obiettivi: rispondere alla crisi e alle politiche imposte dalle istituzioni dell’Ue, dalla Bce e dai governi nazionali con un fronte comune di forze sociali a livello europeo; creare alleanze per una strategia a lungo termine capace di costruire un’Europa sociale e dei cittadini. La presenza di tante realtà – reti, movimenti, sindacati, associazioni, ONG – di varia provenienza e composizione va intesa come una ricerca di convergenze e di lavoro comune verso una forte e diffusa mobilitazione antiliberista che si ponga in alternativa all’Europa dei banchieri, alla supremazia del mercato, alle speculazioni finanziarie, al fiscal compact e alle politiche di austerità.
 
I promotori dell’iniziativa
Dieci anni dopo il primo Social Forum europeo, siamo in un’altra epoca, travolti dalla più grave crisi dal dopoguerra. Per quanto riguarda l’Europa, con l’eccezione della Germania e dei paesi satelliti del suo sistema economico-industriale, le conseguenze della crisi sono ancora peggiori di quella che scosse il mondo a partire dal celebre crollo di Wall Street nell’ottobre del 1929. Non si tratta più di denunciare quanto stava per accadere (e che è puntualmente accaduto), ma di passare all’azione. Movimenti nuovi (“Occupy” e gli Indignados hanno poco più di un anno), reti di associazioni e ong che si battono per i diritti, sindacati – di base e confederali -, movimenti sociali e ‘alter-globalisti’, aggregazioni di economisti controcorrente e di lobbysti sociali, movimenti studenteschi, femministe, comitati per la difesa del territorio e contro le grandi opere “inutili e imposte”, intellettuali, operai, ecologisti e animalisti, coalizioni di cittadini che praticano l’economia solidale. Chi ha risposto alla chiamata di Firenze 10+10 è un mondo variegato di oltre 220 organizzazioni, sindacati, reti e coordinamenti, che attraversa tutta l’Europa, dalla Russia alla Croazia, dalla Norvegia alla Grecia, dai Balcani alla Turchia, passando per il sud del Mediterraneo, che dopo la primavera araba, sta vivendo una difficile transizione, dai risultati per nulla scontati, verso nuove forme di democrazia. Per la prima volta, infatti, nel 2013, la Tunisia ospiterà un Forum Sociale Mondiale, cosa impensabile solo un anno fa.
 
Unire i movimenti che attraversano l’Europa
Alleanze forti fra movimenti nuovi e attori tradizionali non si sono ancora prodotte. Nell’attivismo sociale ciascuno fa il proprio, senza lo scarto di iniziativa che la situazione renderebbe necessario, e urgente. I greci giocano la loro partita da soli, senza neppure un briciolo della solidarietà che ha fatto in altri tempi la storia dei movimenti popolari. Unirsi intorno a un progetto alternativo potrebbe essere possibile. Le proposte ci sono, costruite in anni di pensiero altro, di laboratori di altra economia e di altra società. Abbondano gli appelli, gli articoli, gli scritti, i convegni, la maggior parte dei quali convergenti sulle analisi e sulle proposte, sulla gravità del momento. Ma niente di questo riesce a trasformarsi in un fronte europeo di resistenza e cambiamento all’altezza della sfida. Firenze 10+10 nasce da qui, da questo sano e necessario realismo, dalla drammatica contraddizione fra ciò di cui ci sarebbe bisogno e ciò che invece è. Se il movimento a difesa della democrazia e dei diritti fosse forte e unito, non ci sarebbe bisogno di puntare su Firenze, a dieci anni dal Forum Sociale Europeo di Firenze: questo avrebbe da tempo trovato i suoi luoghi di incontro europeo, le sue forme di coordinamento, le sue unitarie azioni comuni.

Le proposte politiche concrete
A Firenze le reti europee di attivisti/e lavoreranno insieme: ci sarà la prima assemblea della Rete europea per l’acqua bene comune (che in Italia ha promosso il referendum); si riuniranno per la prima volta le campagne che si occupano del Debito pubblico in Europa (insieme alle campagne che dieci anni fa si battevano per la cancellazione del debito nel sud del mondo); verrà presentata una campagna per un Mandato Alternativo al Commercio per la prossima Commissione Europea; le varie iniziative sulla democrazia reale – dagli indignati del 15M e Blockupy Frankfurt, al movimento federalista europeo, al percorso “un’altra strada per l’Europa” – si confronteranno per rafforzarsi trovare azioni comuni; verranno lanciate alcune ICE – Iniziative dei cittadini europei (una sorta di referendum europeo)-, come quella sul reddito minimo di cittadinanza. Sulle cinque aree di convergenza (democrazia, debito/finanza, beni comuni sociali e naturali, lavoro e diritti sociali, l’Europa e il mondo) saranno individuate le azioni che raccolgono il maggior consenso. Il sabato, a partire dalle 18, sarà organizzata una manifestazione/occupy/festa in Oltrarno e tutta il Forum sarà ricco anche di eventi culturali, musicali e artistici.
 
Il format di Firenze 10+10: i 5 ambiti di lavoro
Sono 5 gli ambiti di lavoro del Forum, entro i quali sviluppare un primo livello di convergenze per l’azione. A questi 5 ne sarà affiancato un sesto: un gruppo trasversale di interconnessione aperto a tutti, che cercherà di far emergere una proposta comune di azione di breve termine e una proposta di strategia di lungo termine. I 5 pilastri – intorno a ciascuno dei quali si sta organizzando attraverso una mailing list e una sezione dedicata sul sito un lavoro di condivisione di contenuti – sono:
Democrazia in Europa – Costruzione di un “processo costituente” democratico dal basso e sviluppo di un patto e di un’assemblea europea dei cittadini; ricostruzione delle istituzioni europee al di fuori degli attuali trattati non democratici; migranti e cittadinanza europea di residenza; barriera democratica contro l’estrema destra, il neo-fascismo e il razzismo; ricostruzione della solidarietà sociale.
Finanza – debito – austerità - “Tribunale del debito”, audit del debito e della spesa pubblica; campagne contro le politiche di austerity e il fiscal compact; tassa sulle transazioni finanziarie; ecc.
Lavoro e diritti sociali - Lavoro e diritti sociali ai tempi della globalizzazione neoliberista e dell’austerità; sviluppo sociale sostenibile; patto sociale; reddito adeguato (salari, protezione sociale) ecc.
Beni comuni naturali e sociali + servizi pubblici – Fra cui terra, cibo, acqua, energia, clima e agenda post-Rio; la difesa dei territori contro le grandi opere inutili imposte; beni comuni sociali e difesa e reinvenzione dei servizi pubblici.
Europa nel Mediterraneo e nel mondo – Pace e sostegno alle lotte per diritti e democrazia; Guerra / pace e giustizia sociale; cooperazione internazionale e solidarietà, il commercio equo; la denuclearizzazione del Mediterraneo; il controllo sul commercio di armi; le rivoluzioni arabe; fermare le occupazioni; relazioni tra le diverse culture e identità (costruzione di un ponte verso il Forum sociale mondiale 2013 in Tunisia e verso il FSM-Palestina libera in Brasile). La dimensione di genere è trasversale a tutti i pilastri.
 
Il Forum giorno per giorno
Giovedì 8 novembre: mattina accoglienza partecipanti e sessione di apertura; momento pranzo e convivialità; pomeriggio attività auto-organizzate; tardo pomeriggio spazio di convergenza dei 5 pilastri; sera attività culturali e animazioni
Venerdì 9: mattina attività auto-organizzate; pranzo e convivialità; pomeriggio attività auto-organizzate; tardo pomeriggio spazio di convergenza per la proposta di azione e proposta di strategia comune; sera attività culturali e animazioni;
Sabato 10: mattina ed eventualmente primo pomeriggio presentazione del lavoro e delle proposte d’azione dei pilastri (in forma sequenziale per temi o attraverso un momento unico da costruirsi con metodologia innovativa); tardo pomeriggio Firenze 10+10 “in piazza”; dalle 18 festa in Oltrarno.
Domenica 11: momento finale e chiusura (modalità da definire). Pomeriggio: possibilità di incontro Alter Summit e della rete verso il World Social Forum.
 
Dove dormire e mangiare. Come muoversi
“Occupy my room“: 520 posti letto sono offerti gratuitamente ai partecipanti grazie alla Campagna “Occupy my room” per l’accoglienza di chi ha un budget ridotto per il pernottamento. L’invito a chi vive a Firenze e nei dintorni è quello di mettere a disposizione gratuitamente un posto letto o una stanza presso la loro casa. Un’occasione di incontro, semplice e informale, con la città e con i suoi abitanti. Hanno aderito alla Campagna 200 famiglie per circa 250 posti letto oltre ad alcune case del popolo, circoli e centri civici per altri 260 posti, così suddivisi: Circolo Il Progresso – 100 posti; Stazione di Confine – 40 posti; Centro sociale Il Pozzo, Le Piagge – 30 posti; Cdp Settignano – 25 posti; Riciclaggio e Solidarietà, Mani Tese – 20 Crc Brozzi – 15 posti; Circolo Primo Maggio Le Sieci – 15 posti; Circolo Arci Quinto Basso (Sesto F.no) – 15 posti.
 
Convenzioni per la ristorazione: all’interno della Fortezza saranno aperti il Bar Zenzero e il Self service Gerist, all’esterno sarà applicato il 10% di sconto sulle consumazioni presso: Cdp 25 aprile, Circolo Porta al Prato, Url San Niccolò, Cdp Settignano, Crc Brozzi, Circolo Risorgimento, Circolo Il Progresso, Circolo Arci Casellina
 
Convenzioni per la mobilità: Trenitalia: 20% per i singoli; 30% per gruppi 10-49 persone; 40% gruppi oltre 50 persone | ATAF: biglietto 4 giorni – euro 5 | Noleggio Bici: convenzione con coop Ulisse, 3 euro al giorno

lunedì 29 ottobre 2012

Debito pubblico: se non capisco non pago

perUnaltracittà - lista di cittadinanza e la Campagna di mobilitazione "Per una nuova finanza pubblica" lanciata da Centro Nuovo Modello di Sviluppo, Smonta il debito, Attac Italia, Rivolta il debito
 
 presentano:
 
Debito pubblico: se non capisco non pago
 
Campagna per una gestione sovrana del debito
Presentazione del kit prodotto dal
Centro Nuovo Modello di Sviluppo
 
con Francesco Gesualdi e Cristiano Lucchi
 
introduce Ornella De Zordo
 
Martedì 30 ottobre alle 17.30
Firenze - Palazzo Vecchio (Sala delle Miniature 3° piano)
 
Si narra che per colpa del debito pubblico ciascuno di noi, neonati compresi, porti un debito di 33.000 euro. Non si sa a che titolo, né verso chi. Ma tutti ci dicono che dobbiamo pagare. Anche a costo di perdere scuola, pensioni e sanità. Sarà!... Ma a noi non pare accettabile pagare alla cieca. Prima dobbiamo capire a chi e perché. Solo dopo possiamo decidere se e quanto pagare, perché non è detto che tutto ci torni.

Attraverso la messa a punto di schede informative e la promozione di gruppi locali di sensibilizzazione, la campagna "Debito pubblico: se non capisco non pago" ha l'obiettivo di mettere tutti in condizione di capire il problema e dire la propria sulle vie per uscirne. Il documento chiave è rappresentato da un semplice Kit informativo gratuito sul debito che può essere scaricato, stampato, condiviso su facebook, e anche usato come dispensa ad uso personale o come mostra pubblica.
 
Martedì 30 ottobre alle 17.30 in Palazzo Vecchio Cristiano Lucchi dialogherà con Francesco Gesualdi, attivista e fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo che presenterà il kit, disponibile anche in formato cartaceo per chi interverrà. Introdurrà l'incontro Ornella De Zordo, capogruppo della lista di cittadinanza perUnaltracittà nel Consiglio comunale di Firenze.

venerdì 26 ottobre 2012

A Capannori è nata l'associazione nazionale "Comunità rifiuti zero".

Articolo tratto dal sito di Alessio Ciacci, assessore all'ambiente del Comune di Capannori.

In un anno roddoppiato il numero degli enti aderenti. Nasce oggi ufficilamente a Capannori l’associazione delle comunità che guardano al futuro e contrastano lo spreco di materia in discariche ed inceneritori.

Promuovere attività mirate alla riduzione dei rifiuti, all’abbattimento della produzione di plastica, alla valorizzazione della filiera corta. Sono questi i principali obiettivi che si pone la nuova associazione “Comunità Rifiuti Zero” a cui hanno aderito 107 Comuni italiani, tra cui capoluoghi come Parma, Napoli, Benevento, La Spezia, e molte associazioni tra cui quella dei Comuni Virtuosi e l’Anpas. La neonata associazione ha visto la luce oggi a Capannori, dove avrà sede, nel corso di un incontro nazionale che ne ha approvato lo statuto.All’incontro, svoltosi nell’Auditorium dell’azienda Usl 2 di piazza Aldo Moro, hanno partecipato il sindaco di Capannori, Giorgio Del Ghingaro, il professore americano Paul Connett che ha ripercorso la storia della Zero Waste in America e in Europa, l’assessore all’ambiente del comune di Capannori, Alessio Ciacci, il coordinatore del Centro di ricerca Rifiuti Zero del Comune, Rossano Ercolini che essendo il referente italiano della ormai conosciuta strategia ha coordinato i soggetti che sono confluiti nell’associazione, e naturalmente i rappresentanti di numerosi Comuni e Associazioni.
Come ha spiegato uno dei esponenti del Centro di Ricerca Riccardo Pensa la nuova associazione interessa circa 3 milioni di abitanti. La provincia di Lucca è al terzo posto tra le province più rappresentate (con 9 Comuni aderenti alla strategia Rifiuti Zero, Capannori, Lucca, Borgo a Mozzano, Bagni di Lucca, Villa Basilica, Massarosa, Pietrasanta, Seravezza, Forte dei Marmi) dopo Napoli e Roma. Il numero di amministrazioni comunali che hanno sposato la strategia ideata da Connett è raddoppiato nel giro di un anno facendo registrare un vero e proprio boom nel 2011.
 
Non posso che essere orgoglioso che il percorso Rifiuti Zero in Italia sia nato nel 2007 da Capannori – dichiara il sindaco, Giorgio Del Ghingaro. La nascita oggi dell’associazione nazionale delle ‘Comunità rifiuti zero’ è un risultato straordinario, perché dà vita ad un soggetto che rappresentando molti Comuni e quasi il 5% della popolazione italiana, può realmente incidere sul cambiamento culturale in ambito ambientale e particolarmente nel campo dei rifiuti a livello nazionale. Sono certo che questa nuova associazione potrà fare cose importanti per migliorare la qualità della vita di tutti i cittadini”.
 
Oggi abbiamo scritto una pagina importante della storia del movimento Rifiuti Zero a livello nazionale ed internazione- afferma l’Assessore all’Ambiente Alessio Ciacci. In un anno abbiamo raddoppiato i comuni aderenti ed ogni giorno stiamo crescendo sia per quantità di enti ma anche in qualità del lavoro intrapreso e condiviso. Stiamo dimostrando che un’alternativa a discariche ed inceneritori esiste, ha vantaggi sociali, ambientali, economici ed occupazionali. Questa rivoluzione coinvolge ormai milioni di cittadini e promuove a livello regionale e nazionale una politica di vera sostenibilità. Siamo entusiasti che Capannori rappresenti sempre più un luogo di incontro, confronto e di riferimento per quanti in tutta Italia stanno inseguendo questo obiettivo. La strada da fare è ancora lunga ma i numeri ci dimostrano l’ottimismo della ragione e la bellezza di costruire una politica che guarda al futuro con la partecipazione attiva di tutti.”
 
La nuova associazione intende operare nel campo dell’assistenza, della formazione della promozione e della valorizzazione della cultura della strategia Rifiuti Zero, così come definita nella Carta internazionale di Napoli, dare assistenza alle amministrazioni comunali che vi hanno aderito per affrontare la questione del ciclo dei rifiuti, promuovere campagne di sensibilizzazione e informazione sulle buone pratiche nell’ambito dei rifiuti e creare una rete per lo scambio di informazioni tra Pubbliche Amministrazioni e soggetti privati. Infine, ma non certo per ultimo, dare un contributo fattivo alla formazione culturale di comunità che vedono nel bene comune ambiente il punto di riferimento principale per contribuire ad innalzare la qualità della vita di tutti.
 
L’elenco in via di aggiornamento dei comuni aderenti è qui pubblicato www.rifiutizerocapannori.it

mercoledì 24 ottobre 2012

Incontro con Giulietto Chiesa a Tassignano.

Venerdì 26 ottobre, ore 17:30
Polo culturale Artemisia, Sala Pardi
via dell'Aeroporto 10, Tassignano (Lu)
 
 
 
Perché questa crisi
 
incontro con
 
Giulietto Chiesa
(giornalista e presidente di Alternativa)
 
e
 
Alessio Ciacci
(Assessore all'Ambiente del Comune di Capannori)

martedì 16 ottobre 2012

La rivolta dell'Oltrarno fiorentino.

Pubblichiamo il secondo articolo dedicato da Miguel Martinez (qui trovate il primo) alla vicenda del parcheggio di Piazza del Carmine, ennesima scelta dell'attuale amministrazione in contrasto con gli interessi della maggior parte della popolazione. L'amministrazione Renzi non ha fatto i conti però con la capacità di mobilitazione e resistenza del quartiere di San Frediano, che in massa si è schierato contro lo scellerato progetto.

 
Parliamo di nuovo del microcosmo del quartiere in cui abito. Non perché sia importante in sé, ma perché credo che ci possa aiutare a capire alcune faccende fondamentali di tutto l’Occidente contemporaneo.
Ieri sera, i tecnici del Comune, nell’ambito di un evento chiamato “I Cento Luoghi”, si sono incontrati con gli abitanti di San Frediano, nell’Oltrarno fiorentino.
Avevo provato a far venire le persone che conoscevo: tutte decisamente contrarie al progetto del Comune di trasformare Piazza del Carmine in un parcheggio per la movida notturna e il turismo di massa diurno, aprendo nel frattempo le due principali vie del quartiere a un traffico automobilistico illimitato.
Un progetto voluto dalla minoranza più organizzata e potente dei commercianti assieme alla Firenze Parcheggi, un’azienda privata ma partecipata dal Comune.
Tutte però mi hanno detto che a quell’ora – le 21 – non potevano venire.
Quindi, mi aspettavo poca resistenza, e la presenza di qualche organizzato lobbista a sostegno del Comune.
Invece, c’erano duecento persone del quartiere, tremendamente arrabbiate, ma con idee sorprendentemente chiare, che hanno messo i poveri inviati del Comune con le spalle al muro: quello che qualche giorno prima il sindaco aveva detto pubblicamente era cosa fatta, adesso diventava semplicemente un “progetto” ancora da studiare. Poi lo sappiamo che lo faranno lo stesso, ma vederli in ritirata è comunque una piccola soddisfazione.
Mentre a San Frediano c’è un quartiere intero mobilitato, a Piazza Brunelleschi, sull’altra sponda, dove c’è un progetto identico, mi sembra di capire che regni il silenzio.
Vuol dire che quel quartiere è già stato interamente devitalizzato: la distruzione sociale, in nome del modello “città-oggetto al centro, residenti-in-periferia” è già passata.
Questo indica l’enorme potenza distruttiva di meccanismi che sembrano semplici piani di urbanistica.
E come di mezzo ci sia, non una questione di parcheggi, ma la vita e la morte di una comunità.
Nel nostro quartiere, c’è una percentuale altissima di stranieri di ogni provenienza, dall’artista tedesca all’operaio rumeno. Alla scuola elementare, la percentuale di figli di stranieri si avvicina al 50%.
Eppure, nessuno ieri ha accennato a una “questione stranieri”, semplicemente perché non esiste.
E non esiste, perché è un quartiere coeso e vivibile, in cui tanti si danno una mano e si frequentano senza problemi. I genitori che chiacchierano tra di loro a piazza Tasso mentre sorvegliano i loro figli, autoctoni fiorentini con ghanesi, svedesi con pakistani, giapponesi con albanesi, lo dimostrano.
Questo è possibile perché San Frediano non è ridotto solo a una zona movida-turismo. E questa vivibilità non è il risultato di alcuna particolare politica, a parte la parzialissima chiusura del centro storico al traffico esterno durante il giorno.
Cioè, quella “integrazione” di cui chiacchierano i politici, per cui si mobilitano i ben intenzionati, per cui si spendono miliardi altrove, qui nasce gratis e spontaneamente.
O si vive come a San Frediano, o si vive come a Parigi.
Una decina di anni fa, sono stato alla Rive Gauche, proprio quella che la Confesercenti indica come modello per l’Oltrarno, tanto da averne fatto uno slogan.
Io ci stavo benissimo, in fondo dovevo solo andare a un ristorante e passeggiare un po’, per poi sparire per sempre da Parigi.
Ma la cosa che più mi ha colpito era che le facce erano tutte, ma tutte “europee”, per capirci. E immagino che anche tra quelle europee, scarseggiassero i polacchi o gli ucraini.
Poi ho preso il treno locale, attraversando i quartieri periferici, e dal finestrino ho visto ben poche facce “europee” (e tra quelle poche, immagino, abbondassero polacchi e ucraini).
Il risultato di una politica di decenni – per costruire quartieri periferici e per “valorizzare” il centro storico -, con investimenti astronomici, lo descrive piuttosto bene un post scritto da un blogger italiano che vive in Francia.
Una volta, in teoria, se ti sentivi d’accordo con le proposte dei grossi commercianti, votavi a destra; se volevi difendere il popolo (chiamiamolo così), votavi a sinistra.
Cosa fai, quando una giunta di sinistra coincide con gli interessi dei grossi commercianti, ma a differenza dell’inconcludente destra, sa usare ricatti sottili?
Ad esempio, accusando le comunità che si difendono di praticare una politica NIMBY (“Not in My Back Yard”), che l’inglese ci sta sempre bene, insomma dandoti dell’egoista. Visto che in Italia, nessuno ha il back yard,potremmo tradurre “Non mel mio orticello”.
E’ vero che da qualche parte bisogna pur fare la discarica o aprire l’ospedale.
Però da qui si slitta molto facilmente a dire che da qualche parte bisogna pur fare il megaparcheggio che inondi il quartiere di traffico, di centri commerciali e di locali notturni.
E qui hanno torto.
Facciano il loro non luogo da un’altra parte, e se tutti si organizzano per impedirglielo, tanto meglio. Non lo si faccia per niente.
E magari anche se un quartiere rifiuta di diventare la discarica di tutte le immondizie della città, forse può servire almeno affinché il comune si ingegni a inventare discariche meno aggressive.
Non ci sono oggi lotte collettive, o quasi. Ben vengano, allora (in linea di massima, ovviamente) quelle locali.
Non si tratta di dire “nimby”, ma “nioby”, “Not in OUR back yard”. E perché no, con un po’ di generosità, impariamo pure a dire “niybye”, “Not in Your Back Yard Either”, “e nemmeno nel tuo orticello”.
 

sabato 13 ottobre 2012

Matteo Renzi e la distruzione del centro storico di Firenze.

Riprendiamo l'articolo scritto dal nostro amico e militante Miguel Martinez sul suo blog, a proposito della sciagurata ipotesi ventilata dal comune di costruire un parcheggio sotterraneo in Piazza del Carmine.




A volte, capita qui di raccontare qualcosa sull’Oltrarno fiorentino, il quartiere in cui vivo, dalle parti di Borgo San Frediano e quindi non troppo vicino alla calamita turistica di Palazzo Pitti.

E’ un quartiere in cui si vive bene.

I turisti ci sono, ma non determinano la natura del quartiere. Sopravvivono ancora le piccole botteghe dei bronzisti, dei liutai, dei meccanici, dei pittori, degli informatici, dei fruttivendoli (dove la roba costa meno che al vicino supermercato), persino di qualche ciabattino.

Le case, create per irrazionale accumulazione storica e rigorosamente senza ascensori, sono scomode quanto basta per tenere accessibili i prezzi.

Accessibili anche agli stranieri: nessuno ci tiene di più al quartiere dei poeti americani, muratori albanesi o domestiche ucraine che ci vengono a vivere. E questo dovrebbe aiutare a riflettere in maniera meno superficiale su tutta la questione di identità e dintorni.

Ogni volta che esco di casa, mi capita di salutare almeno cinque persone che conosco, e mi sembra una buona media per una metropoli di mezzo milione di abitanti.

Non pensate che il resto di Firenze sia così.

Infatti, secondo i canoni dei nostri tempi, un quartiere del centro non deve essere fatto per viverci – per dormire, ci sono appositi abitacoli in periferia, dove di giorno non troverete nessuno.

Il Centro Storico deve essere una fabbrica di reddito, che pone una particolare aura – “la culla del Rinascimento”, ad esempio – addosso a un contenitore del tutto vuoto.

E infatti, il resto del centro di Firenze è in gran parte una rete di banche, negozi di moda e negozietti di souvenir made in China di giorno; di notte, organizzazioni ben strutturate gestiscono i pub crawl in cui giovani turisti e studenti statunitensi girano di locale in locale all’unico scopo di ubriacarsi.

Pensiamoci per un attimo, perché c’è una differenza fondamentale tra un quartiere, magari un po’ scalcagnato, che ha certo le sue attività economiche, ma si distingue per come ci vive la gente; e un quartiere che diventa solo una forma particolare di centro commerciale.

Così i grossi commercianti del quartiere si riuniscono sotto il seducente nome di Rive Gauche e lanciano un progetto.

Il progetto viene fatto proprio dal loro impiegato al comune, che poi è il sindaco: Matteo Renzi annuncia così ai fiorentini su Facebook (sì, su Facebook) quello che lui ha deciso.

Il meccanismo è interessante anche per chi non abita a Firenze, perché rivela la maniera in cui si può usare una proposta tecnica apparentemente innocua per cambiare una società.

Al centro della zona, c’è Piazza del Carmine, dove i residenti trovano uno dei pochi posti in cui possono parcheggiare nel centro storico.

Renzi propone, anzi ordina, di trasformare la piazza in un parcheggio sotterraneo.

Direte, cosa c’è di male?

Intanto, la chiave del progetto sta in un particolare: la piazza, attualmente chiusa di giorno al traffico dei non residenti, verrà aperta 24 ore su 24. Per permettere a tanto traffico di arrivarci, ovviamente, bisogna aprire al traffico continuo pure un bel pezzo delle stradine dell’Oltrarno.

Curiosamente, con il parcheggio sotterraneo, i posti macchina non aumenteranno: diminuiranno. Cioè, tre anni previsti di lavori e investimenti enormi, per avere meno di ciò che si aveva prima?

In realtà, si ottiene un risultato fondamentale: sostituire i residenti con un incessante ricambio di acquirenti di giorno, e di visitatori di locali la notte, tenuti in movimento proprio dallo sprone del biglietto che scade.

Certo, il progetto prevede 35 posti macchina in vendita ai residenti, per la modica cifra di 60.000 euro l’uno. Circa quanto i muratori che conosco io guadagnano in quattro anni.

Nel caso qualche lettore di questo blog intenda votare alle primarie del PD, tenga presente il modello di mondo che rappresenta Matteo Renzi. Ci saranno pure altri candidati…




sabato 22 settembre 2012

Presentazione del libro "Non solo un treno".

Firenze, mercoledì 26 settembre
ore 17:30
Caffé Letterario Le Murate
Piazza delle Murate

presentazione del libro

Non solo un treno...
La democrazia alla prova della Val di Susa

di Livio Pepino e Marco Revelli

Ne discutono con gli autori Don Andrea Bigalli e Maurizio De Zordo

introduce Lorenzo Ferrari

Tutto è cominciato più di vent'anni fa, in un altro secolo in cui la globalizzazione felice prometteva benessere crescente e illimitato per tutti e per sempre. Allora si pensò di scavare, in una montagna piena di amianto e di uranio, una galleria di oltre 50 Km, per far correre tra Torino e Lione un treno capace di trasportare una quantità crescente di persone e di merci in tempi sempre più ridotti. L'opposizione di una valle, preoccupata della salute propria e dei propri figli, bloccò l'opera e impose rilevanti modifiche del progetto originario. Da allora il mondo è cambiato. Ci si è accorti che la linea ferroviaria storica sarebbe in grado di garantire il flusso ferroviario di merci attraverso il confine con la Francia e di assorbire l'intero traffico su gomma. Poi è arrivata una crisi economica devastante e a molti è parsa scandalosa una spesa di miliardi di euro per un'opera di dubbia utilità. E l'opposizione di una valle è diventata un movimento nazionale unito dalla convinzione che un mondo diverso è possibile. Perché tutto questo è chiaro a qualsiasi anziano di Venaus, a ogni ragazzo accampato al bivacco di Clarea, a ogni casalinga di Bussoleno, ma viene ostinatamente ignorato dai "decisori" centrali, dai politici di lungo corso, dagli addetti all'informazione nazionale? Forse perché sul "caso TAV" convergono e si intrecciano un po' tutti i sintomi che caratterizzano l'attuale male oscuro delle nostre democrazie, le cause della loro difficilmente curabile anemia. 



mercoledì 19 settembre 2012

lunedì 17 settembre 2012

Verso Firenze 10+10. Costruiamo un'altra Europa.

A 10 anni dal Forum Sociale di Firenze, dall'8 all'11 novembre è in calendario un summit internazionale tra reti, movimenti e società civile organizzata per elaborare strategie, campagne e mobilitazioni paneuropee. In vista dell'avvenimento sono indetti i primi appuntamenti, in particolare martedì 18 settembre è prevista un'assemblea pubblica territoriale volta a coinvolgere il maggior numero di forze interessate alla costruzione di un'alternativa all'attuale ordine europeo dominato dalle oligarchie finanziarie, dalla speculazione e dal fiscal compact. 

Volantino 18settembre Per maggiori informazioni è disponibile il sito appositamente dedicato all'evento Firenze10+10.

domenica 16 settembre 2012

No Monti Day il 27 ottobre a Roma.




Dopo quasi un anno di "distanza" alla riunione erano presenti tutti i sindacati di base e le forze della sinistra alternativa, oltre ovviamente al Comitato No Debito, l’unica coalizione che ha resistito come esperienza unitaria durante tutto l’ultimo anno. Dopo una discussione con molti interventi, ampiamente convergenti, la decisione è stata quella di dar vita il prossimo 27 ottobre a Roma a una manifestazione nazionale dal titolo: NO MONTI DAY.
Giovedi mattina è stata inoltrata in Questura la richiesta della piazza per sabato 27 ottobre con partenza da Piazza della Repubblica.
I punti proposti per questa mobilitazione sono: il no chiaro e netto a Monti e alla sua politica economica e sociale, quella di oggi ma anche quella di domani; il No all'Europa del Fiscal Compact e delle misure che hanno distrutto la Grecia e stanno producendo gli stessi effetti devastanti anche in Italia; l’opposizione all'attacco autoritario alla democrazia e alla repressione contro i movimenti ed il dissenso.
Dalla discussione è emerso che i promotori hanno in mente una manifestazione rigorosa e radicale nei contenuti, pacifica nella sua forma, per far sentire ovunque la voce dell'altra Italia ed esprimere il massimo sostegno a tutte le lotte in atto per i diritti e per il lavoro, dalla Val di Susa al Sulcis. Tra le proposte vi è quella che la manifestazione si concluda con una grande assemblea popolare (un pò come avvenuto il 31 marzo a Piazza Affari a Milano) dove si possa liberamente discutere di come dare continuità all'opposizione a Monti.
L’invito avanzato a tutte le forze sociali, politiche e sindacali che praticano il conflitto e si oppongono al governo, è quello di costruire insieme questo percorso specificandone e ampliandone i contenuti, fermi restando i punti di partenza e le modalità fin qui definiti.
Il prossimo mercoledì 19 settembre a Roma, alle ore 16,00, al Rialto occupato (v. S. Ambrogio, 4), ci sarà un nuovo incontro per definire conclusivamente la piattaforma e l'organizzazione della mobilitazione del 27 ottobre.

giovedì 13 settembre 2012

Il centro storico di Firenze in vendita.

di Paolo Berdini*


Il Fatto Quotidiano


L’ultima vicenda delle città in vendita spetta a Firenze. Appena si scende dalla stazione ferroviaria di Santa Maria Novella per andare verso il centro storico si passa per la piccola piazza dell’Unità d’Italia. Vi affacciano due alberghi di livello, lo storico Baglioni e il Majestic. Dalle loro finestre c’è la vista meravigliosa sul campanile e sul transetto di S. Maria. Il panorama dall’ultimo piano è – ovviamente – unico e straordinario: figuriamoci quale livello di bellezza ed esclusività si potrebbe raggiungere soprelevando gli edifici esistenti.

E quì entrano in gioco le regole e le città in vendita. Siamo nel centro storico di Firenze, uno dei più straordinari esempi della storia delle città e le regole parlano chiaro: gli edifici esistenti non possono superare l’altezza di venti metri. Quando l’hotel Baglioni chiese di poter soprelevare oltre il consentito l’ultimo piano dell’edificio per ricavarne un ancor più meraviglioso roof garden, quelle  regole urbanistiche vennero invocate dalla commissione edilizia comunale che bocciò inevitabilmente la proposta. Era il 7 luglio 2011.

Ma siamo il paese dove le regole vengono aggiustate in relazione alle esigenze di chi esercita il potere e si mette in moto la potente macchina dei legulei. Nella normativa del comune di Firenze esiste un’unica eccezione: le strutture pubbliche possono – ovviamente in casi di assoluta necessità – chiedere di derogare dal divieto di soprelevazione. Ma un albergo è una struttura privata e non potrebbe avvalersi di quella possibilità. Occorre che sia “assimilata” a una struttura pubblica, e cioè che venga giudicata di pubblica utilità. Il 26 luglio 2012 – poco tempo fa e la vicenda ha avuto eco solo per la denuncia della consigliera comunale Ornella De Zordo da sempre in prima fila nella difesa della città – una nuova riunione della commissione edilizia approva la sopraelevazione. Il trionfo dell’economia senza regole prosegue senza alcun ripensamento: a chi investe, specie in un momento di crisi economica, deve essere consentito tutto, anche di alterare il cento storico di Firenze.

C’è da chiedersi come sia possibile che chi ha espresso il parere positivo non si sia reso conto che l’eccezione approvata per il Baglioni potrà essere invocata dalla decine e decine di alberghi esistenti a Firenze, ad iniziare dall’adiacente Majstic oggi caratterizzato da un’altezza inferiore al Baglioni. Dovrebbe essere chiaro a tutti che le regole valgono fintanto che le amministrazioni pubbliche hanno la capacità di farle rispettare. Se sono proprio quelle istituzioni ad aggirarle si mette inevitabilmente in moto un processo dagli esiti imprevedibili.

Un’ultima questione. L’hotel Baglioni ha messo sul piatto della bilancia 20 mila euro (un modesto obolo) “per riqualificare la piazza”. La morale accettata dal comune di Firenze è dunque questa: siccome non ho risorse per rendere più bella e più vivibile la città, accetto che venga alterata la sua memoria storica perché posso averne in cambio soldi per finanziare opere pubbliche! E pensare che negli anni ’80 l’Italia era un fulgido esempio nel mondo per le regole che tutelavano i centri storici.
Ora c’è una sola via di uscita. Il  sindaco Matteo Renzi potrebbe trovare un piccolo ritaglio di tempo nella sua nuova attività di candidato alle primarie del Pd, ricordarsi che era stato eletto per governare Firenze e cancellare la vergogna. Non ci si può candidare a governare un paese se nella propria città le regole sono poco più che carta straccia e si aggredisce la sua storia.

*urbanista, docente e scrittore.

mercoledì 12 settembre 2012

Presentazione del libro "Europa Tossica".

Martedì 18 settembre ore 18
Feltrinelli Firenze
Via de' Cerretani 30r


Europa Tossica

di Gianni Del Panta

il libro per cercare di capire la crisi e trovare soluzioni

Ne sentiamo parlare ormai da alcuni anni a reti unificate, ma ancora molti di noi non conoscono la ragione del suo improvviso apparire e soprattutto della sua strenua permanenza. È la crisi economica, uno strano mostro moderno, capace di condizionare qualsiasi ambito della nostra esistenza.

Una crisi annunciata già dieci anni fa dagli analisti della globalizzazione e dagli attivisti dei vari Social Forum mondiali e europei che lucidamente prefiguravano quello che poi è accaduto, ma negata a oltranza da chi quella crisi ha provocato e da quanti hanno accettato passivamente il racconto e le scelte liberiste. Così, dopo aver ascoltato per molto tempo il pensiero unico dominante che indicava nel debito pubblico il principale problema, imponendo la soluzione dei tagli e dell’austerità liberista, abbiamo cercato narrazioni diverse. Quello che proponiamo in questo testo è quindi, in primo luogo, il percorso di una liberazione individuale e collettiva dalle menzogne del presente.


Un libro che vuole essere una testimonianza, ma soprattutto uno strumento di intervento per un radicale cambiamento dell’esistente. Un testo che nasce infatti come sunto degli incontri organizzati nello scorso inverno a Palazzo Vecchio da perUnaltracittà e da DemocraziaKmZero, dove economisti, studiosi, intellettuali e giornalisti indipendenti si sono confrontati con la cittadinanza cercando di comprendere l’attuale fase storica. Non solo però, perché quello che abbiamo voluto realizzare è anche un supporto teorico per contrastare quotidianamente lo svilimento delle istituzioni democratiche, i tagli alla spesa sociale, l’erosione di diritti considerati acquisiti per sempre e l’impoverimento della maggioranza della popolazione.

In occasione del percorso di avvicinamento verso Firenze 10+10 l'iniziativa che si terrà dall'8 all'11 novembre alla Fortezza da Basso con l'intento di mettere insieme e rafforzare le forze sociali e i movimenti perUnaltraEuropa, ne parliamo da Feltrinelli martedì 18 settembre alle 18 (via Cerretani 30r Firenze), con:


-Gianni Del Panta, autore del libro, giornalista, laureato in Scienze della politica e dei processi decisionali. Ha fatto parte dei movimenti studenteschi degli ultimi anni, si occupa di sistemi elettorali e movimenti sociali di contestazione. Collabora al sito Laprospettiva.eu

-Ornella De Zordo, capogruppo della lista di cittadinanza perUnaltracittà nel Consiglio comunale di Firenze.

-Giuseppe Allegri, docente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Roma. Collabora al quotidiano il Manifesto.

-Andrea Baranes, presidente della Fondazione culturale responsabilità etica, è il responsabile per le iniziative su banche e finanza della Campagna per la riforma della Banca Mondiale.

sabato 8 settembre 2012

La retorica delle grandi opere.


di Marco Ponti*

Il Fatto Quotidiano

La retorica che va per la maggiore attualmente in Italia e in Europa, è che per uscire dalla crisi lo Stato deve investire, soprattutto in grandi infrastrutture, e in particolare in quelle di trasporto (vedi linea Torino-Lione, ma di opere simili ce ne sono sul tavolo una quantità, ognuna con i propri sponsor politici e industriali). Ora il prof. Prud’homme dell’Università di Lione ha fatto un’analisi del tutto indiziaria, su un numero limitato di paesi europei (8) e per un numero limitato di anni (5, dal 2000 al 2004 compresi). Sono anni abbastanza lontani da consentirci di vedere oggi gli impatti di quella politica, ma non così lontani da collocarsi in un contesto economico troppo remoto. Ha rapportato le spesa in investimenti in infrastrutture di trasporto (strade e ferrovie) con il Pil medio di quei 5 anni considerati. Cioè ha analizzato quanta parte della loro ricchezza hanno dedicato proprio ai grandi investimenti. La limitatezza dei dati e del campione non consente ovviamente altro che di avanzare dei dubbi, cioè di rendere assai meno solido il luogo comune che recita “più grandi investimenti in trasporti = più crescita economica”.

Chi vince, nell’ordine? Primo viene il Portogallo, poi la Grecia, poi la Spagna, poi l’Italia. Buona quinta la Francia, mentre Germania, Regno Unito e Svezia sono i fanalini di coda. Non occorre ricordare come sono andate le economie di questi Paesi, in particolare Spagna e Grecia, sia in termini di crescita economica che di debito pubblico. Ma c’è stato anche un celebre precedente in Giappone: negli anni Novanta quel paese spese un’enorme quantità di denari pubblici in infrastrutture per rilanciare la crescita economica, con risultati trascurabili, se non quello di una spettacolare crescita del debito (e, sembra, di livelli di corruzione altrettanto spettacolari). La retorica delle Grandi Opere si richiama a sproposito a Keynes, grande economista inglese, che però parlava di stimolare la crescita, in periodi di crisi, con spesa pubblica che aumentasse rapidamente i consumi e l’occupazione (“impiegare i disoccupati anche a scavar buche e riempirle” era il suo noto paradosso). Le Grandi Opere sono certo spesa pubblica (soprattutto quelle ferroviarie, che, al contrario di quelle autostradali, gli utenti non pagano), ma mancano clamorosamente delle altre due caratteristiche: cioè creano poca occupazione, e non la creano rapidamente. Invece, è certamente vero che molte di queste abbiano la stessa utilità di scavar buche e riempirle (si è già citata la Torino-Lione, ma altre non scherzano). Creano poca occupazione, per ciascun euro pubblico speso, perché oggi nelle opere civili si fa quasi tutto a macchina (si pensi per esempio alle “talpe” per scavare tunnel). Il costo diretto del lavoro non supera il 25% dei costi totali. Non la creano rapidamente perché i cantieri durano 10 anni, e il “picco” di addetti necessari è spostato in là, quando si arriva ai lavori di finitura e messa in opera.

Questo approccio al rilancio economico mediante Grandi Opere, care al governo Berlusconi, sembrava molto indebolito, soprattutto per la scarsità delle risorse pubbliche. Tuttavia oggi nuove nubi si affacciano all’orizzonte, e questa volta arrivano dall’Europa, e sono fortemente caldeggiate dallo stesso governo Monti, e ovviamente da banche e grandi costruttori. Si tratta dei Project Bond e della cosiddetta “golden rule”. I primi sono di fatto garanzie europee sui prestiti (bond) che i privati possono fare per realizzare progetti. Ma ovviamente varranno per progetti europei, pensati prima della crisi, quindi di importo molto elevato e con orizzonti temporali molto lunghi. Cioè proprio Grandi Opere, e si ricorda che le Grandi Opere europee non sono altro che la sommatoria di quelle indicate dai diversi paesi, cioè per l’Italia quelle care al governo Berlusconi. Le garanzie europee sui prestiti dei privati, salvo un improbabile irrigidimento della Commissione europea, significano che se poi l’opera si rivela scarsamente utile e avrà poco traffico, l’Europa, cioè ancora le casse pubbliche, pagheranno. Un ulteriore debito pubblico, mascherato e rimandato nel tempo.

La “golden rule” significa che le spese per investimenti pubblici in infrastrutture non sarebbero più conteggiate nel debito nazionale. E il risultato sarebbe del tutto analogo a quello degli Project Bond: un forte incentivo a spendere in Grandi Opere di dubbia utilità. L’opposizione tedesca (e inglese) all’introduzione di questi strumenti, si badi, era proprio finalizzata a scoraggiare spese pubbliche clientelari e improduttive, che avrebbero pesato sui deficit per molti anni.
Angela Merkel ha fatto e continua a fare molti errori economici, ma in questo caso sembra difficile non solidarizzare, almeno un po’, con la sua visione rigorista, che appare certo più difendibile dell’allegro Keynesianismo di molti altri governi europei, supportati da interessi che con la crescita non hanno davvero nulla a che vedere. 

*Professore di Economia dei Trasporti al Politecnico di Milano

giovedì 6 settembre 2012

Piero Bevilacqua: La svendita del nostro patrimonio

E’ già accaduto che l’Italia si sia trovata in condizioni di gravi difficoltà finanziarie, gravata da un considerevole debito pubblico. Anzi, si può dire che il nostro Stato-nazione sorge, nel 1861, su una montagna di debiti contratti per sostenere le nostre guerre d’indipendenza. L’Italia, dunque, nasce indebitata, ma per  ragioni  ben diverse da quelle dei nostri anni. E tuttavia, allora come oggi, i gruppi dirigenti pensarono di trovare una soluzione mettendo in vendita il nostro patrimonio: in quel caso il vasto complesso dei demani ereditati dai vari Stati regionali. Si trattava di  un immenso complesso di terreni ed annessi  che si pensò di vendere ai privati per risanare le esauste casse del pubblico erario.

Come ha ricordato una giovane storica, Roberta Biasillo, sulle pagine del manifesto (3 aprile 2012 ) contro questa scelta si levò la voce di un  giurista dell’Italia liberale, Antonio  Del Bon, che in un “manifesto“ del 1867 elencava con grande saggezza e competenza  le ragioni che sconsigliavano la vendita del nostro patrimonio immobiliare. Egli consigliava, al contrario, di offrire ai privati le terre demaniali con un contratto di fitto venticinqunnale, così da non prosciugare i capitali di chi investiva, stimolando al contrario l’utilizzo produttivo dei terreni e lasciare tuttavia  i demani in proprietà dello Stato, quale « Tesoro della Nazione… un tesoro produttivo indefinitivamente .>>  da conservare anche per le future generazioni.

Ora, a consigliare di non vendere i nostri beni pubblici, ma di utilizzarli in altro modo per abbassare il livello del nostro debito, concorrono più ragioni che è bene non dimenticare.
Innanzi tutto – e questo è noto anche agli uomini del governo – nell’attuale situazione di mercato l’operazione si configurerebbe come una vera e propria svendita. E ciò a prescindere dalla riuscita tecnica dell’operazione.  L’obiezione secondo cui tramite un fitto di lungo periodo  la somma che lo Stato incasserebbe sarebbe insufficiente, ha scarso valore, perché questo accadrà comunque. Vendere beni pubblici è difficile. E il rischio che lo Stato corre è di privarsi di un immenso patrimonio, con manufatti anche di grande valore, ricavando alla fine somme irrisorie.

Questo è accaduto anche negli anni ’60 dell’ 800. Come ha ricordato Biasillo, nel  1872 l’allora ministro delle Finanze Quintino Sella dichiarò  alla Camera che dalla privatizzazione di beni il cui valore era 700.798.613 di lire, lo Stato aveva incassato solo 277 milioni. Non diverso esito si è avuto dalle vendite recenti. Dalle ultime due operazioni di cartolarizzazione del ministro Tremonti, a fronte di una privatizzazione di beni per 16 miliardi di euro, alle casse dello Stato ne sono arrivati solo 2.  Ma occorre richiamare alla memoria una lezione storica che vale perfettamente anche per il presente. Tutte le esperienze di vendita di beni, sia statali che ecclesiastici, lungo l’intera la storia nazionale, mostrano un effetto che costituisce una costante per così dire perversa di simili operazioni. Esse producono un generale rafforzamento dell’attitudine redditiera dei privati e deprimono, di converso, l’ardimento imprenditoriale e l’attitudine al rischio. E’ un fenomeno elementare, facile da comprendere anche per gli economisti neoliberali. Chi esborsa un significativo capitale per l’acquisto, è  poi in genere restìo  a impegnarsi in ulteriori investimenti di valorizzazione produttiva. E’ facile immaginare  che la vendita creerebbe una nuova manomorta in mano privata e sottrarrebbe capitali all’iniziativa imprenditoriale.

La convenienza a non vendere e a utilizzare i beni pubblici, come sosteneva Del Bon, quale “prospettiva di credito stabile e duraturo” trova oggi una singolare conferma  nella recente esperienza della Finlandia , alle prese con gravi problemi di finanza pubblica. Come ha ricordato il primo ministro conservatore di quel paese, Jyrki Katainen, in una intervista a Der Spiegel del 13 agosto – ne ha riferito Repubblica lo stesso giorno – anziché vendere i loro beni,  i finlandesi li hanno utilizzato come pegno per l’emissione di nuovi titoli pubblici. Tale operazione ha  ottenuto una notevole riduzione degli interessi sul debito, con un risparmio pari al 10% del Pil in un breve periodo  di tempo. «Non dimenticheremo mai questa  istruttiva esperienza” (We will never forget this formative experience), conclude Katainen.  Operazione dunque di grande interesse per noi, considerando che, in fatto di patrimonio immobiliare, la Finlandia non è certo l’Italia.

E qui veniamo ad un altro punto di riflessione.  E’ vero che nel novero di “beni pubblici” sono comprese tipologie molto varie di strutture e manufatti, anche di scarso valore storico-artistico e malamente utilizzati. Le amministrazioni locali  spesso non conoscono gli immobili di cui sono proprietari, o che appartengono allo Stato,  e pagano talora lauti affitti ai privati – come ha ricordato Paolo Berdini sul manifesto del 10 agosto -  per ospitare scuole od uffici. Ma, fatte  le debite distinzioni, occorre ricordare a tutti – ai nostri governanti, al nostro  ceto politico, agli economisti e ai giornalisti che scrivono di temi economici – che i beni pubblici dell’Italia non sono i demani postunitari, né  gli immobili  della Finlandia. I nostri  sono i beni ricadenti nei confini di un paese che, secondo l’Unesco, racchiude il 60% del patrimonio  artistico dell’umanità. Dobbiamo perciò chiederci: case del rinascimento, chiese sconsacrate, castelli, monasteri, ville, palazzi signorili, devono finire in mani private? Ma quelle opere non solo hanno un valore artistico in sé,  come singoli manufatti. Essi sono spesso legati a una più larga trama urbana e territoriale e compongono, nel loro complesso e nel contesto del nostro paesaggio,  la bellezza dell’Italia, la sua fisionomia e la sua identità nel mondo. Quindi la sua ricchezza inalienabile presente e futura. Quella ricchezza che nessuna mirabilia tecnologica può riprodurre, che non può essere minacciata dalla concorrenza delle manifatture cinesi o indiane, ma che oggi, paradossalmente, può essere distrutta dall’interno, dal ceto politico di governo.

Molti di quei beni racchiudono il nostro passato, la nostra memoria , la trama della nostra storia e del genio nazionale.  E allora ? Devono perdere la loro natura e fisionomia di bene comune, di patrimonio collettivo, essere smembrate e accaparrate da mani privati, magari da coloro che nell’ultimo ventennio hanno fatto le loro fortune nelle scorribande piratesche della finanza deregolata?
C’è infine una ulteriore ragione di opposizione all’alienazione del nostro patrimonio. Una ragione  sociale rilevante, che occorre mettere in campo contro la liquidazione della nostra identità e della nostra storia. Come ha ricordato  Ugo Mattei, molti di questi beni, nel corso di numerosi decenni, sono stati restaurati, hanno ricevuto tutela e manutenzione  grazie all’intervento pubblico e quindi con il supporto della fiscalità generale. Dunque essi sono giunti sino all’attuale stato grazie al concorso materiale di tutti gli italiani. E’ evidente che essi appartengono a tutti noi, non solo come lascito della nostra storia, ma come frutto del nostro lavoro e dei nostri risparmi. Chi dà legittimità morale e politica di vendere il nostro passato a un pugno di uomini che nessuno ha eletto, che dureranno qualche mese alla guida del paese? E per ripianare quale debito? Gli uomini della Destra storica, che misero in vendita il demanio, dovevano ripianare  le spese sostenute per liberare con le armi l’Italia e realizzare l’unità del Paese. Ma oggi? Il nostro debito è pubblico perché grava su tutti noi, ma le sue origini sono prevalentemente private. Oggi dovremmo svendere il nostro patrimonio per rimediare a oltre 40 anni di privilegi del ceto politico regionale e nazionale, agli affarismi clientelari dei gruppi di potere, a costose “grandi opere”, alle facilitazioni alle grandi imprese (in primis e per decenni, alla Fiat),  al complice lassismo fiscale dei vari governi, perfino alle spese di guerra ( dai Balcani all’Afghanistan) in violazione della nostra Costituzione?

Eppure, tale strada segna un grave errore politico dell’economicismo neoliberista . Questo ambito della manovra del governo attuale – ma anche di quelli che nel prossimo futuro dovessero muoversi  sulla stessa linea – costituisce  una grande occasione culturale e politica per la sinistra italiana. Perché laddove verrà minacciata la vendita ai privati di manufatti importanti di un determinato territorio, sarà possibile attivare la reazione popolare in difesa di beni e monumenti che  costituiscono,  in tanti casi, il pregio e l’identità di un luogo. Non solo sarà possibile vedere all’opera Italia Nostra, il Fai ecc. che metteranno in evidenza il valore del singolo manufatto, ma sarà  l’occasione per rendere le popolazioni più vivamente consapevoli dei patrimoni  singolari che fanno la fisionomia del  loro comune,  del loro borgo,  del loro quartiere urbano. E le lotte in difesa di questi speciali beni comuni, contro la loro privatizzazione,  costituiranno l’occasione per mostrare ad aree sempre più vaste di opinione pubblica il fondo miserabile della cultura capitalistica del nostro tempo.  Alla furia privatizzatrice del ceto politico neoliberista sarà possibile contrapporre l’idea di una società che difende i beni pubblici della bellezza, dell’identità dei luoghi, della memoria storica, della condivisione comune degli spazi del vivere sociale.

Perché, infine, anche quest’altra drammatica differenza va segnalata,  tra i padri della patria che  nell’ ’800 vendevano i demani e gli attuali governanti. Quegli uomini avevano un’idea dell’Italia che volevano costruire.  I nostri  governanti, tecnici di lungo corso del capitale, annaspano nel caos che essi stessi hanno  contribuito ad alimentare. Il termine futuro, che ritorna ossessivo nei loro discorsi, è come la parola luce in bocca ai  ciechi, che invocano ciò che non vedono, testimonia lo smarrimento di ogni idea del nostro possibile avvenire. Nessun’altra prospettiva emerge dalle loro parole, se non rendere tutto il vivente perfettamente vendibile. La futura società che essi  riescono a prefigurare non è che un pulviscolo di individui e di presidi privati tenuti insieme dagli scambi monetari. Per questo, difendere  i nostri beni artistici, il  patrimonio collettivo della nazione, consentirà  di mostrare ancor più nitidamente il nulla verso cui marciano questi fautori della crescita, il cui unico orizzonte è quello di sciogliere la società nell’acido del mercato.

sabato 1 settembre 2012

giovedì 30 agosto 2012

In viaggio con Goofy - parte III

Dopo le prime due parti dell'intervista ad Alberto Bagnai che vi avevamo proposto è ora disponibile anche la terza parte, nella quale viene spiegato il meccanismo che porta alla crisi del paesi perifirici in seguito all'adozione di un tasso di cambio fisso (o di una moneta comune) troppo forte.


martedì 28 agosto 2012

Scavi Tav a Firenze, l'UE mette sotto esame l'Italia.

A seguito della denuncia di Idra, la Commissione Europea ha intravisto l'opportunità di aprire una procedura di informazione (passo necessario per l'avvio di una procedura di infrazione).


“I servizi della Commissione provvederanno a esaminare la Vostra denuncia secondo il pertinente diritto dell’Unione europea e Vi informeranno degli esiti dell’esame e dell’eventuale andamento della procedura d’infrazione”. Così risponde il Commissario europeo all’Ambiente, lo sloveno Janez Potočnik, al pressante reclamo inoltrato a luglio dall’'Associazione toscana Idra a proposito dei rischi che corrono il Bel Paese e la città di Firenze per effetto delle nuova regolamentazione del governo italiano sulle terre da scavo.

I milioni di metri cubi di terra da estrarre dalle viscere della città eretta dall’'UNESCO a patrimonio mondiale dell’'Umanità rappresentano uno dei nodi critici della cantierizzazione TAV a Firenze: negli stretti confini comunali sono previsti, a poca distanza dalla cupola del Brunelleschi e direttamente sotto monumenti storici come la Fortezza medicea di San Giovanni Battista e l’Arco dei Lorena, sono previsti 15 km di scavi, per due tunnel orientati ortogonalmente alle linee di scorrimento della falda acquifera, con una faraonica stazione sotterranea progettata accanto al subalveo di un affluente dell’Arno, il Mugnone, storicamente delicatissimo, esondato l’ultima volta nel 1992 proprio in quest’area, dove anche un altro torrente, il Terzolle, è uscito dagli argini nel ‘92.

In una lettera inviata il 23 giugno '99 all’allora sindaco di Firenze Leonardo Domenici, il presidente dell'associazione di volontariato Idra Girolamo Dell'Olio faceva presente a Domenici che "là dove il tracciato del doppio tunnel sotterraneo descrive una curva a 90 gradi sotto le residenze di centinaia di cittadini, e poi una seconda curva a 90 gradi sotto la Fortezza medicea di San Giovanni Battista, la storia ci insegna che giaceva fino al '500 l'alveo del Mugnone, se è vero che anche il Calandrino del Boccaccio, attirato nella trappola dell'elitropia da Bruno e Buffalmacco, "in sul far del dì si levò, e chiamati i compagni, per la porta a San Gallo usciti e nel Mugnon discesi, cominciarono ad andare in giù, della pietra cercando". Ma non è solo l'area di piazza della Libertà a essere interessata da una consistente falda acquifera. Non occorre risalire al Trecento per trovare testimonianze di abbondanti acque sotterranee anche nella zona di Piazza delle Cure e di Viale don Minzoni".

“E’ prassi consolidata della Commissione contattare le autorità degli Stati membri interessati per chiedere informazioni o cercare soluzioni”, scrive a Idra Ion Codescu, capo unità dell’ufficio che si occupa di applicazione, coordinamento per le infrazioni e aspetti giuridici della Direzione Generale Ambiente. La pratica di Idra, scrive Codescu, potrebbe essere registrata e trattata nell’ambito di un progetto pilota, “EU Pilot”, che la Commissione ha recentemente attivato dopo aver “concordato con vari Stati membri di collaborare per rendere più rapido ed efficace questo processo di scambio di informazioni e di soluzione dei problemi”.

Idra ha risposto con gratitudine all’avvenuto accoglimento, a Bruxelles, dell’SOS da Firenze, condividendo che si conferisca la massima rapidità all’istruzione della pratica “vista l’urgenza della materia, per i destini della nostra cara e insostituibile Firenze (della quale c’è un solo esemplare, sembra, su questo pianeta Terra…)”. E aggiunge: “Desideriamo qui ricordare, al riguardo, che i Governi italiani hanno potuto impunemente dare esecuzione per ben sei anni, ad esempio nel caso della Legge 21 dicembre 2001, n. 443 (nota come “legge obiettivo”), a norme in materia di rifiuti che una sentenza emessa dalla Corte di Giustizia europea ha condannato nel dicembre 2007 come incompatibili con le direttive europee. Temiamo perciò che la città patrimonio dell’Umanità chiamata Firenze risulti irreversibilmente impattata e violata (come è successo per gli acquiferi dell’Appennino tosco-emiliano in Siti di Importanza Comunitaria, con effetti anche qui permanenti, sempre in conseguenza della cantierizzazioni TAV), se una condanna europea dovesse intervenire, anche in questo caso, a distanza di così tanto tempo dall’avvio delle cantierizzazioni per gli scavi TAV nel capoluogo toscano, che la stampa locale annuncia come imminenti”.