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mercoledì 4 aprile 2012

Siccità: l'acqua è per il Tav, e Firenze resta a secco.

Dal blog Crisis, di Debora Billi.


Non finiamo mai di stupirci per le follie da fine impero di questo Paese, e soprattutto non finiamo di stupirci per l'idiozia di chi ci governa.



Idiozia che non deve rappresentare più solo un motivo di ironia o di indignazione: a questo punto si tratta di questione di vita o di morte, un allarme serio.
L'ultima arriva dalla Toscana, regione afflitta quant'altre mai dalla siccità che ha colpito l'Italia per un inverno asciutto ed una primavera calda. La regione è da stamattina ufficialmente in stato di emergenza, vengono stanziati milioni per realizzare nuovi pozzi e piccoli invasi (alla buon'ora), e i cittadini sono invitati a evitare sprechi. Se si continua così, a Firenze finiranno con l'acqua razionata.
Razionata per tutti, tranne che per la TAV: si annuncia trionfalmente che prima dell'estate verrè aperto il cantiere per la talpa, che notoriamente devasta le già precarie falde acquifere (vedi Mugello) e soprattutto consuma un'iradiddio di acqua.
Quanta esattamente? Non si sa. Certi dati sono custoditi meglio del terzo segreto di Fatima, sia mai che i cittadini vengano a sapere qualcosa che li riguarda alla faccia della strombazzata trasparenza. Le ultime informazioni sulle talpe TAV risalgono al 1998, roba fresca fresca di giornata, e parlano di 5000 metri cubi d'acqua al giorno per i tre cantieri.
Ora ditemi voi se vi sembra anche lontanamente sensato, in un momento di drammatica emergenza climatica che mette in ginocchio l'agricoltura e lascia a secco i rubinetti, andare avanti imperterriti con questi accidenti di treni come se nulla fosse.
Esiste qualche politico in grando di usare un briciolo di buonsenso, e quantomeno rimandare l'apertura del cantiere a causa dell'improvvisa emergenza?
E soprattutto, cosa deve succedere per fermare un cantiere TAV? La guerra? Un meteorite? L'apocalisse? La distruzione del sistema Solare?

lunedì 19 dicembre 2011

Allarme di Italia Nostra: "Con il cantiere Tav rischiano molte opere, non solo il David."

"Con le vibrazioni dei lavori per il tunnel Tav a Firenze, non corre un grave rischio solo il David di Michelangelo, ma anche decine di altre opere in restauro nel laboratorio dell'Opificio delle Pietre Dure, che si trova alla Fortezza da Basso, cioé proprio dove passeranno gli scavi: tra queste ci sono capolavori come l'Adorazione dei Magi di Leonardo, la Croce di Giotto, L'ultima cena del Vasari".
A lanciare l'allarme, oggi a Firenze, è stata un'esponente di Italia Nostra, restauratrice agli Uffizi, Maria Rita Signorini. Italia Nostra potrebbe presentare una denuncia. Se, infatti, "come ha paventato l'architetto Fernando De Simone - ha spiegato Signorini - esistono serie possibilità che il David sia danneggiato dalle vibrazioni legate ai lavori Tav, pur trovandosi l'Accademia alcune centinaia di metri dal luogo degli scavi, figuriamoci cosa può succedere alle opere sotto restauro che si trovano all'Opificio, uno dei centri di eccellenza mondiale nel campo del restauro".
Il laboratorio sorge in un'ala della Fortezza da Basso, sotto due bastioni della quale passerà il tunnel: in pratica, proprio sopra un epicentro delle vibrazioni. A confermare l'allarme per l'Opificio ed i suoi preziosi 'ospiti' è anche un architetto dell'ente, Alberta Zuffanelli: "Il rischio vibrazioni è concreto - ha detto durante lo stesso incontro -, tanto è vero che proprio in questi giorni le ditte incaricate di raccogliere i testimoniali sulle condizioni delle strutture a rischio danni si trovano a lavorare proprio da noi".
"Ma quello che è ancora più grave - aggiunge - è che con questo tunnel scompariranno i pozzi sotterranei dai quali l'Opificio attinge acqua per alimentare i sistemi di microclimatizzazione necessari a garantire alle opere che abbiamo in cura l'ambiente giusto per non essere danneggiate. Sistemi complessi - conclude l'architetto - per i quali nel corso degli anni sono stati spesi milioni di euro".
Fonte: ANSA

mercoledì 30 novembre 2011

La questione territoriale

Pubblichiamo questa interessante riflessione di Piero Bevilacqua, uscita in prima battuta su il manifesto e ripresa anche da Micromega, sulle cause profonde degli ultimi disastri ambientali che hanno provacto la perdita di vite umane e ingenti danni economici alle collettività coinvolte.

Chi, ormai da decenni, studia la storia del territorio italiano, di fronte alle frane e ai morti delle Cinque terre e ora al disastro di Genova, oltre al dolore per le vittime prova oggi uno scoramento profondo. La voglia di non dire nulla, il senso dell'inutilità di scrivere e protestare. Chi scrive è troppe volte dovuto intervenire per commentare simili tragedie, tentando di mostrare le cause morfologiche e storiche che sono normalmente all'origine delle cosiddette calamità naturali nel nostro Paese. E, per la verità, lo ha fatto insieme a voci sempre più numerose e agguerrite di geologi, meteorologi, esperti. Tutto invano. E nell'ultimo ventennio più invano che mai, considerata la qualità intellettuale e morale del ceto politico di governo che ci è capitato in sorte e che del territorio italiano si è occupato per darlo in pasto agli appetiti speculativi. Tuttavia, l'obbligo di contribuire alla riflessione collettiva su fatti così gravi finisce col vincere sul senso di frustrazione. Senza l'ostinazione e la tenacia, d'altronde, la lotta politica, specie per chi sì è ritagliato una piccola frontiera di critica e di opposizione, non sarebbe neppure concepibile.

Oggi, di fronte agli eventi catastrofici che si susseguono, bisogna denunciare con chiarezza l'emergere di una grave questione territoriale in Italia. Non si tratta di una novità assoluta, le vicende del territorio hanno un corso lento, lasciano il tempo per essere osservate, ma essa oggi si presenta con caratteri assolutamente nitidi e drammatici per un insieme di ragioni. Mettiamo da parte, per brevità, la Pianura Padana, che ha problemi particolari, ma che ospita, ricordiamolo, il più complesso sistema idrografico d'Europa, essendo il ricettacolo dei grandi fiumi alpini. Si tratta dell'area più stabile del nostro Paese, eppure, anch'essa, è percorsa da sistemi di forze che possono assumere carattere distruttivo in caso di eventi climatici estremi. Il problema principale si chiama Appennino. La dorsale montuosa con i suoi innumerevoli corsi d'acqua e gli ingenti materiali d'erosione che trascina incessantemente a valle. Un tempo, la centralità dell'Appennino nell'equilibrio complessivo della penisola era chiaro anche agli uomini politici, quando questi possedevano un proprio profilo culturale oltre al curriculum politico.

Meuccio Ruini, ad esempio, che fu anche presidente del Senato, ricordava nel lontano 1919, come «contorno e rilievo, clima, abitabilità e comunicazioni, relazioni storiche, ogni cosa insomma dell' Italia peninsulare è signoreggiata dall'Appennino e ne riceve l'impronta». Ora, è noto da tempo, l'Appennino è in stato di abbandono. Ma soprattutto in condizioni di abbandono si trovano le terre pedemontane e collinari interne, quelle che per secoli sono state presidiate dalle abitazioni contadine, che sono state tenute sotto manutenzione dal lavoro quotidiano degli agricoltori. Una delle ragioni della diffusione e della durata storica della mezzadria nell'Italia di mezzo (soprattutto Toscana, Marche, Umbria) che dal medioevo è arrivata sino alla seconda metà del '900, è legata al fatto che essa prevedeva l'insediamento della famiglia mezzadrile nel fondo, impegnata a governare un territorio instabile. Ora, anche questo è noto, da tempo le colline mezzadrili sono state abbandonate, o sono coltivate industrialmente, con poche macchine e senza uomini.

Tale situazione, nota da tempo ai pochi esperti e appassionati della materia, conosce oggi un aggravamento dovuto a più fattori evolutivi. Da una parte, il progressivo, ulteriore abbandono dell'agricoltura da parte dei piccoli coltivatori che non ce la fanno a reggere i bassi prezzi con cui viene remunerata la loro impresa. Un fenomeno a cui gli economisti agrari di solito plaudono, perché il modello competitivo - nel pensiero economico astratto - è naturalmente la grande azienda, senza alcuna considerazione di ciò che accade al territorio, quando scompare un presidio. Di norma, quando la piccola impresa non è accorpata a una azienda più ampia, il terreno viene progressivamente invaso dalla vegetazione spontanea. Negli ultimi anni, tuttavia, a tale fenomeno si è aggiunto un sempre più largo uso edificatorio del suolo. Il cemento ha preso il posto degli ulivi o degli alberi da frutto. I comuni hanno fatto cassa svendendo il loro territorio. Nel frattempo il circolo vizioso demografico si è venuto sempre più accelerando.

Se si abbandonano le aree interne tutto tende a gravitare nelle zone di pianura, che nella Penisola solo prevalentemente le aree costiere. Qui oggi si accentra oltre il 66% della popolazione peninsulare. E qui sono insediati industrie, servizi, infrastrutture, la ricchezza materiale italiana. Ma anche qui, negli ultimi devastanti decenni dei governi di centrodestra (e nella pochezza e brevità di quelli di centrosinistra) si è continuato a cementificare con furia da "accumulazione originaria" cinese. Ora, l'ultimo elemento che completa il quadro riguarda la frequenza degli eventi estremi, vale a dire, nel nostro caso, la straripante quantità d'acqua che oggi cade in poco tempo in delimitate aree territoriali. Si tratta di un fenomeno dipendente dal riscaldamento globale, che il climatologo inglese John Houghton, definì, nel 1994, come «frequenza e intensità di eccessi meteorologici e climatici».

Dunque, come in questi ultimi anni, le piogge tenderanno in futuro a presentarsi sempre più come eventi particolarmente intensi. E le acque, dalle colline abbandonate o cementificate, mal regimate, precipiteranno lungo le pianure costiere dove il verde - la spugna che un tempo assorbiva le piogge - è diventato sempre più raro, impermeabilizzato da chilometri quadrati di cemento. Che cosa possiamo aspettarci? Davvero pensiamo di affrontare tale gigantesca questione organizzando meglio la protezione civile? Rendendo più efficaci i sistemi di allarme?

È evidente che qui ci si presenta una sfida che è anche una grande opportunità per il nostro Paese. Sia per creare nuove occasioni di lavoro, sia per ridare orizzonti progettuali alla politica sprofondata nel tramestìo quotidiano. La prospettiva è: riequilibrare la distribuzione demografica e valorizzare le vaste aree internedella Penisola. Un grande progetto per scongiurare disastri, ridando vita a una vasta area territoriale in cui gli italiani hanno vissuto per secoli. Il che si può fare con una molteplicità di interventi concertati, che puntino alla selvicultura e all'agricoltura di qualità, allo sfruttamento economico delle acque interne, al potenziamento del turismo escursionistico, al recupero - anche per insediarvi centri di ricerca - di tanti borghi e centri cosiddetti "minori": spesso gioielli monumentali che fanno l'identità profonda di una parte estesa d'Italia. Un insieme di iniziative e pratiche che potrebbero offrire lavoro alla nostra gioventù e a tanti giovani extracomunitari, oggi perseguitati da una legislazione criminogena. L'urgenza e l'assoluto vantaggio economico di procedere in tale direzione potrebbe fornire anche nuova forza al grande e specifico problema di tutela e conservazione del nostro paesaggio. Un bene inestimabile che stiamo compromettendo.

Naturalmente, per realizzare tale obiettivo, che col tempo potrà salvare l'Italia da perdite umane ed economiche sempre più gravi, occorre utilizzare risorse. E le risorse - per definizione sempre scarse - oggi lo sono più che mai. Ma proprio per questo appare necessario, in questo momento, un atto di coraggio anche da parte di tanto ceto politico e giornalismo che, talora in buona fede, ha visto nelle cosiddette grandi opere (Tav, Ponte dello Stretto) un'occasione di sviluppo per il nostro Paese. Bisogna avere la forza di ricredersi. Se le risorse finanziarie andranno alle grandi opere verranno a mancare per le piccole con cui noi oggi dobbiamo affrontare la questione territoriale italiana.

Se si realizzerà il Tav, le risorse pubbliche saranno prosciugate e, per la salvezza del nostro territorio, resteranno le briciole. O l'uno o le altre, tertium non datur. Senza dire che le due scelte si presentano incompatibili anche sotto il profilo storico e culturale. Le grandi opere sono il frutto recente di un modo di procedere del capitale finanziario, in concerto con i poteri pubblici, per costruire infrastrutture - di più o meno provata utilità collettiva - e in genere contro la volontà delle popolazioni che vivono nei luoghi interessati. Senza dire che il nostro è un territorio delicato, che mal sopporta il gigantismo delle costruzioni fuori misura. Al contrario, le piccole opere per risanare l'habitat italiano possono esaltare la partecipazione popolare, iscriversi nel solco di una tradizione secolare che ha fatto dell'Italia, per mano di anonimi artisti popolari, quello che resta ancora del Belpaese.

(8 novembre 2011)

giovedì 17 novembre 2011

Terre di scavo cantieri Tav, oplà, non sono più rifiuti

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo comunicato stampa di perUnaltracittà - Lista di cittadinanza, che riguarda una grave decisione presa dal Ministero dell'Ambiente proprio poche ore prima che il titolare fosse sostituito.

L'ex ministro Prestigiacomo, dopo un triennio in cui si è contraddistinta per assenza in qualsiasi materia di sua competenza (?), alluvioni, difesa del suolo, frane, è riuscita alla fine a dare un senso al suo mandato. Pessimo, il segno e il mandato.
Con un trucchetto ha cambiato i parametri per la definizione dei "rifiuti", così le terre di scavo del tunnel TAV di Firenze non sono più, come fino a due giorni fa, rifiuti speciali, e possono essere tranquillamente trasportati alla ex miniera di Cavriglia. E non perchè sono cambiate le caratteristiche di quelle terre contaminate con additivi necessari per l'azione della fresa, semplicemente perchè si chiamano in modo diverso.
Certo, Ministro, a pensarci prima!, poteva suggerirlo al tempo dell'emergenza rifiuti a Napoli: bastava cambiare il nome e l'emergenza era già finita, altro che i fantomatici tre giorni promessi dal suo Presidente!

mercoledì 17 novembre 2010

Cantieri Tav, allarme sicurezza: «Manca chi controlla»

LA NAZIONE FIRENZE 16/11/2010

Cantieri Tav, allarme sicurezza: «Manca chi controlla».
L’Osservatorio ambientale è scaduto da 20 giorni. Idra accusa: «Ripristinare subito l'attività di vigilanza».

L’ALTA VELOCITÀ agita i sonni di una bella fetta di fiorentini, tra il rumore delle betoniere e i veleni tra i comitati e Palazzo Vecchio che, a sua volta, fa a cazzotti con Roma. Un bel po’ di confusione, insomma. 

C’è una certezza però, almeno per il momento, si tratta di una casella vuota: nessuno controlla i lavori, l’Osservatorio ambientale, da due settimane, non c’è più. L’allarme, già lanciato dall’associazione Idra (rilanciato dopo il “clamoroso crollo di Bologna”) torna così a far discutere. L’assenza dell’organismo di controllo ambientale, che ha il compito di vigilare sulla gestione dei cantieri e sull’impatto dei lavori sulla popolazione, fa drizzare i capelli in testa agli ambientalisti che proprio in queste ore stanno chiedendo a gran voce al sindaco Matteo Renzi di attivarsi per ripristinare l’attività di verifica. 

«Già nel 2008 l’Osservatorio fu sospeso per 5 mesi, dico solo è una situazione molto pericolosa» avverte Girolamo Dell’Olio di Idra. 

Nel frattempo si moltiplicano le segnalazioni e i controlli, in particolare sulle falde, dagli stabili vicini ai cantieri. Ciò che più preoccupa però è l’aspetto legato alla salute dei cittadini. C’è il problema delle polveri sottili e dell’impatto dei rumori durante i lavori. Infine, lo spettro dello stress da rumore. 

Chi si sta dando da fare sono i volontari di Medicina democratica, che, con il comitato No Tunnel Tav, da poco hanno aperto in città, zona Romito, uno Sportello salute intitolato alla memoria di Pietro Mirabelli, operaio italiano recentemente scomparso in Svizzera. «Per ora non abbiamo incontrato i cittadini, stiamo facendo soltanto alcuni incontri per prepararci a gestire eventuali emergenze - spiega Gianluca Garetti, medico ambientalista - Abbiamo già in programma diverse iniziative. Presto, per esempio, invieremo una lettera a tutti i medici fiorentini per sensibilizzarli sul problema dei cantieri dell’Alta Velocità. Quando i lavori entreranno nel vivo, infatti, molte persone probabilmente si rivolgeranno a loro per chiedere aiuti e consigli». 

ntanto sul fronte Tav, torna a muoversi anche il mondo politico. La capogruppo di Perunaltracittà in Comune, Ornella De Zordo, ha chiesto che “sia inserita all’ordine dei lavori di lunedì la comunicazione del sindaco, con relativo dibattito in aula, su quale sia l’accordo raggiunto nel merito fra Ferrovie e Regione e sulla posizione dell’Amministrazione comunale, oltre a informazioni aggiornate sulla situazione dei cantieri di Campo di Marte e degli ex Macelli». 

De Zordo punta inoltre il dito sulle posizioni “inaccettabili e contraddittorie” espresse dalla Regione e da Ferrovie. «Tutte e due - sostiene -rimandano al dopo tunnel la verifica di nuovi treni metropolitani, senza alcuna garanzia per il trasporto locale e le migliaia di lavoratori pendolari che usano ogni giorno con estremi sacrifici il servizio ferroviario». Dalla De Zordo a un altro capogruppo, Eros Cruccolini (Sel), per il quale «il sottoattraversamento e la Foster, se realizzati, non porteranno benefici per quanto riguarda il miglioramento del servizio, per cui si deduce che in una situazione di crisi economica come l’attuale le opere inutili non si devono realizzare ma bisogna investire quelle risorse per rafforzare le infrastrutture ferroviarie a livello regionale». In Provincia, intanto, i consiglieri di Rifondazione Andrea Calò e Lorenzo Verdi hanno già presentato un’interrogazione sui cantieri, facendo riferimento alla voragine apertasi a Bologna.
Emanuele Baldi