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sabato 1 settembre 2012

Legge elettorale, l'esproprio della democrazia.

Intervista a Giulietto Chiesa, Presidente di Alternativa, sulle proposte di modifica della legge elettorale.


giovedì 14 giugno 2012

Chi se la merita, questa scuola?

Pubblichiamo una riflessione di Giovanni Bruno, dei Cobas della Scuola, a proposito delle recenti dichiarazioni del Ministro Profumo sulla "meritocrazia" nella Scuola.

Il Ministro Profumo ha compiuto un vero e proprio miracolo: ha scosso il sonnolento vertice del Partito Democratico e il pachidermico apparato della CGIL incassando un sonoro diniego sul cosiddetto "Pacchetto sul merito" che sarà presentato in un Decreto Legge (o Disegno di Legge?) di cui conosciamo una bozza.
Entrando nel "merito", riassumiamo cosa si prevede: l'impianto è incentrato prevalentemente sull'università, con un profilo fortemente "meritocratico" e con l'obiettivo di una "classifica" per docenti (20%) e studenti (5%) che avranno un riconoscimento (un bonus per i professori, una corsia privilegiata verso il lavoro per i neolaureati); anche alle scuole è riservata la novità agonistica del riconoscimento per lo "Studente (migliore) dell'anno" di agevolazioni fiscali per l'iscrizione al primo anno dell'università (fino al 30%), borse di studio, iscrizioni gratuite a "master" estivi nella disciplina in cui hanno raggiunto l'eccellenza (valutata con le cosiddette Olimpiadi che ormai si svolgono per ogni materia: matematica, fisica, scienze, latino).

Ciò che impressiona è la progressiva "americanizzazione" del processo formativo, sempre più spostata verso la competizione e con l'abbandono della crescita collettiva della classe: domina l'approccio individualistico, la dimensione della gara, il rafforzamento dell'egoismo con premi (30 milioni di euro) per pochi, selezionatissimi studenti che svettano sulla media.

Il progetto si presenta come fortemente classista e aristocratico: i "migliori" infatti, molto spesso, oltre ad indiscusse capacità hanno anche dalla loro condizioni socio-economiche e culturali favorevoli. Una scuola (come l'università) che punti esclusivamente sulle eccellenze e perda di vista l'obiettivo di un'istruzione di massa è inoltre destinata ad impoverirsi, essiccando le radici culturali di un Paese e rendendone più fragile la coscienza sociale, politica e morale.

L'obiettivo inconfessabile, al contrario delle dichiarazioni "in chiaro" del Ministro, è di nuovo quello del risparmio: dietro la "popolare" idea di "merito" si cela infatti un progetto in cui gli investimenti nella scuola (e nell'università) si mantengono limitati, a fronte delle risorse improcrastinabili che necessiterebbero alle agonizzanti scuole pubbliche italiane per restituire dignità di lavoro e di studio perduta nella miseria della realtà, in cui docenti e ATA eroicamente resistono in condizioni estreme per istruire nuove generazioni sempre più inquiete e demotivate.

Premiare lo "Studente dell'anno" (uno per scuola) con master estivi gratuiti e il 5% dei laureati con la promessa di un lavoro (quale, e a quali condizioni?) certamente costa meno che rifinanziare le scuole attraverso un piano di investimenti straordinario per ripristinare l'ordinarietà del diritto allo studio per tutti; anche il miliardo promesso da Profumo per la scuola è un palliativo per scuole diroccate da anni e anni di tagli sulle risorse finanziarie, sugli organici, sugli spazi vitali (le classi-pollaio con 28-32 studenti in pochi metri quadri, con i rischi connessi sulla sicurezza e la inevitabile perdita di qualità nelle attività didattiche), sul personale di laboratorio e sui laboratori stessi.

Nel decennio 2001-2011 si sono persi circa 150mila posti lavoro, sono stati tagliati circa dieci miliardi di euro (di cui otto solo tra il 2007 e il 2011): può bastare un'elemosina per rilanciare la scuola pubblica italiana, a fronte dell'emorragia di risorse a vantaggio (ad esempio parziale, ma significativo) degli istituti privati? E infine, con quali strumenti verranno valutati studenti, scuole, docenti, se non con i già sperimentati (e inaffidabili) test INVALSI?

Di questa deriva si sono (forse) resi conto anche il Pd e la Cgil. È un risveglio tardivo e piuttosto sospetto: dopo aver contribuito alla demolizione della scuola pubblica con i governi di centrosinistra e i Ministri Berlinguer, Di Mauro, Fioroni, dopo aver promosso e sostenuto strenuamente la "meritocrazia" come criterio di selezione del personale docente, dopo aver difeso incondizionatamente i test INVALSI come prove oggettive per misurare competenze degli studenti ed efficienza del lavoro dei docenti (con il fine di creare una gerarchia per differenziarne carriera e stipendio), oggi si ergono a paladini dell'egualitarismo.
La sincerità di queste posizioni si misureranno sulle reali proposte che elaboreranno per invertire una tendenza inaugurata dalla madre di tutte le contro-riforme: la legge sull'autonomia finanziaria delle scuole, primo passo verso l'aziendalizzazione a la gestione manageriale del sistema scolastico italiano.

Giovanni Bruno (Cobas Scuola Pisa)

 Articolo apparso originariamente su Pisanotizie.

martedì 5 giugno 2012

L'assessore al bilancio si dimette e attacca: "Renzi usa Firenze per ambizioni personali".

Articolo tratto da l'altracittà

“Ho sempre pensato che chi svolge un ruolo politico e amministrativo lo debba fare in una logica di servizio alla cosa pubblica quindi in favore della collettività. Ho sempre pensato che chi è chiamato a governare Firenze sia al servizio della città e non che la città, Firenze, sia a servizio e uno strumento utile al perseguimento di ambizioni personali.” Si dimette così Claudio Fantoni, assessore del Comune di Firenze al bilancio, con un’accusa pesantissima al “giovane e nuovo” sindaco Matteo Renzi: fare carriera politica con i soldi del bilancio comunale, quelli che tutti noi versiamo pagando le tasse con estremo sacrificio.

L’ormai ex assessore al bilancio, scrive infatti nella lettera con cui lascia la giunta. “Ho continuato a svolgere ostinatamente il lavoro affidatomi, ma ad oggi con particolare riferimento ad insanabili divergenze in ordine alle procedure e alle azioni da mettere in atto relative alla gestione economica/finanziaria dell’ente, quindi alla sicurezza dei conti, non posso che considerare venute meno le condizioni perché io possa proseguire coerentemente nell’esercizio delle deleghe affidatemi, quindi nel rapporto di collaborazione con il sindaco, Matteo Renzi”.

In sostanza Fantoni accusa il sindaco di spendere troppo per la sua visibilità. Il sindaco naturalmente smentisce e lo sostituisce con Alessandro Petretto, economista ed ex presidente dell’Irpet nonché nome di spicco della destra PD (contraddistintosi per essere stato uno dei promotori del “Comitato del No” ai referendum per l’acqua). Parole al vetriolo arrivano anche da Sonia Nebbiai, la massima dirigente responsabile del bilancio che afferma «Il problema che pone l’assessore riguarda gli investimenti e gli equilibri finanziari. Se si continua a spendere con questo ritmo rischiamo di sfondare il patto di stabilità».

 Ed è proprio questo il punto. Per sostenere la sua candidatura a Primo ministro Matteo Renzi utilizza tutte le armi che può, anche quelle di mandare in malora il bilancio comunale facendo spendere più velocemente possibile ai propri dirigenti le risorse pluriennali a loro disposizione. Del  resto le elezioni politiche nazionali sono tra pochi mesi e per il sindaco è necessario puntare solo sul consenso facile, quello che si ottiene spendendo il massimo per inaugurare più cose possibile nel minor tempo possibile. Alla faccia della programmazione e del rispetto del bilancio comunale.

Certo non si tratta di una novità. Ricorda infatti Ornella De Zordo di perUnaltracittà: “Il comportamento del sindaco descritto da Fantoni è un déjà vu. La storia è nota e riguarda il pessimo bilancio della Provincia di Firenze dopo cinque anni di presidenza Renzi volta tutta alla battaglia politica per diventare Sindaco della città. Basti ricordare operazioni come quella che legava Florence Multimedia al Genio Fiorentino che molti denunciarono come personalistica”.

Continua l’analisi di De Zordo “Le dimissioni dell’assessore Fantoni non sembrano potersi ridurre a una lotta tutta interna alle diverse correnti del Pd, ma sono piuttosto la reazione di chi in coscienza non se la sente più di avallare scelte di bilancio che reputa azzardate e strumentali. Le dimissioni di Fantoni vanno per questo prese sul serio anche da chi non fa parte del Partito Democratico, anzi vanno ben capite da tutta la cittadinanza visto che sono motivate da critiche ad un bilancio che è quello del Comune, cioè basato su soldi che sono dei fiorentini e che andrebbero spesi per il bene della collettività. Per questo vanno chiarite le specifiche motivazioni del dissenso con il sindaco Renzi, al quale Fantoni rimprovera di voler anteporre una peraltro innegabile ricerca di visibilità e prestigio personale, rispetto ad una oculata amministrazione delle risorse pubbliche”.

sabato 26 marzo 2011

Alternativa Toscana e la Piaggio di Pontedera

LA QUESTIONE PIAGGIO

Il copione di Torino, Marchionne-Mirafiori, va nuovamente in scena a Pontedera, con Colaninno-Piaggio, sia pure con alcune varianti significative. 
 
I fatti. Presso la sede dell’Unione industriali pisana Fim-Cisl, Uilm e Ugl hanno siglato il documento su cui si basa l’accordo con la Piaggio. Tale “accordo” porterà nell’immediato all’uscita dalla fabbrica di 400 lavoratori, di cui 300 operai e 100 impiegati, subordinando a questa procedura e all'andamento del mercato, le stabilizzazioni di altri 262 lavoratori già previste dal precedente accordo del 2009. Il risultato immediato è comunque un calo netto degli occupati del 10% e un conseguente aumento dei ritmi di lavoro, già insostenibili, per i restanti lavoratori. 

Nell’accordo, infatti, non ci sono garanzie né per gli aumenti dei ritmi che Piaggio chiederà per compensare 300 operai in meno sulle linee di montaggio, né per le ipotetiche future assunzioni, vincolate alla definizione dei programmi produttivi della Piaggio su cui i lavoratori non esercitano alcun potere decisionale. Nell’accordo, inoltre, manca qualsiasi cenno a un piano industriale che possa in qualche modo garantire i lavoratori, ed anzi, tutto lascia presagire la progressiva delocalizzazione in Asia di reparti addetti alla componentistica e ai motori.

I lavoratori della Piaggio, in assemblea, si sono espressi contro l’accordo e contro l’uso eventuale dello strumento referendario, che, come è già accaduto a Mirafiori, vede gli impiegati decidere quali debbano essere le condizioni di lavoro degli operai. Questa lotta è sostenuta e condivisa dalla RSU della FIOM. Diversamente dalla RSU, i vertici della FIOM provinciale, regionale e nazionale, contro il parere dei lavoratori, considerano complessivamente positivo l’accordo, e dopo non averlo firmato, chiedono un referendum a conferma del proprio orientamento. Che in Piaggio la FIOM non faccia proprio l’orientamento dei lavoratori e delle proprie RSU appare un passo indietro rispetto al coraggio dimostrato nelle lotte di Pomigliano e Mirafiori. Il fatto politicamente grave, è poi che a Pontedera, come a Torino (comuni amministrati dal centro sinistra), il PD si è schierato dalla parte della Piaggio esortando gli operai ad essere “responsabili”, quindi accettare senza discutere, peggioramento delle condizioni di lavoro, di vita, di salute ecc. 

Il vero problema, però, non è la posizione politica del PD (ci sarebbe da stupirsi del contrario) ma la posizione della FIOM che smentisce i suoi delegati della RSU che interpretano la combattività degli operai, e che contraddice la linea seguita nel caso di Pomigliano e Mirafiori, dove un SI estorto agli operai col ricatto di un futuro occupazionale compromesso, -proprio come potrebbe succedere alla Piaggio- aveva giustamente portato a non firmare gli accordi.

Questa vicenda della Piaggio, che segue quella degli stabilimenti di Pomigliano e Mirafiori, pone però alcuni problemi, di ordine più generale che impongono una riflessione ad ampio spettro su tutta la questione del lavoro, del ruolo dei partiti e del sindacato nel quadro attuale. Fatte salve le contingenze immediate che devono essere affrontate bisogna prendere atto di alcuni punti fermi.

C’è una verità amarissima per tutti: il modello sociale, riformista o socialdemocratico o come lo si vuol chiamare, che ha regolato il capitalismo dal secondo dopoguerra fino a circa alla metà degli anni Settanta è finito e non può più essere riesumato. Spazi possibili di mediazione tra capitale e lavoro non ci sono più. La prova sperimentale che questo è il quadro reale in cui si opera è data dal fatto che chiamiamo “accordi” quello che in realtà sono comunicazioni unilaterali delle imprese ai lavoratori. Comunicazioni che vanno tutte nella stessa direzione di Pomigliano, Mirafiori e Piaggio. Parlare di “accordi” in questi frangenti è ragionare ancora con categorie mentali che appartengono a una storia finita, quella delle battaglie sindacali degli anni d’oro del capitalismo. 
 
Il sindacato, in questo contesto è chiamato solo a ratificare, sempre e comunque. 
 
La lotta degli operai e dei delgati RSU-FIOM che rifiutano tali accordi è lotta sacrosanta che va sostenuta e valorizzata. Per poter vincere, questa lotta ha bisogno di un progetto sociale e politico di profonda trasformazione che la maggiori organizzazioni sindacali oggi non sembrano interessate a elaborare. Alternativa vuole essere uno dei luoghi di elaborazione di un tale progetto. C'è bisogno di un mondo diverso. C’è bisogno di Alternativa.