sabato 14 gennaio 2012

Il debito pubblico e gli enti locali

per Unaltracittà - lista di cittadinanza Democrazia Km Zero
nell'ambito del ciclo di appuntamenti per approfondire
i temi della crisi economica e finanziaria

organizza l'incontro


Europa tossica: crisi del capitalismo, crisi del debito, crisi della politica

Il debito pubblico e gli enti locali

con Ivan Cicconi, autore de "Il libro nero dell'alta velocità, ovvero il Futuro di Tangentopoli diventato storia".

Interviene Tiziano Cardosi, introduce Ornella De Zordo

martedì 17 gennaio, ore 16:30
Palazzo Vecchio, 3° piano, Sala delle Miniature


Un viaggio inquietante tra aziende partecipate, project financing, esternalizzazioni. Il debito pubblico usato per finanziare la speculazione finanziaria è diventato il male assoluto. Ma da dove arriva questo macigno, con quali meccanismi si è formato, come si riproduce? E dove è nascosta quella grossa fetta di debito che oggi esiste ma non è ancora conteggiata nel bilancio dello stato?

Alcuni meccanismi che generano debito sono infine legati al bilancio degli enti pubblici: dal project financing all'intrico delle aziende partecipate.

La legislazione vigente, inoltre, spinge ulteriormente i Comuni a indebitarsi a tutto svantaggio per i cittadini. Conoscere e capire il baratro in cui ci ha spinto la favola liberista (privatizzazioni comprese) è un passo importante per uscire dalla crisi economica e da quella della democrazia.


venerdì 13 gennaio 2012

La protesta degli autisti Ataf a Pitti.

Prosegue la protesta dei dipendenti dell'Ataf contro la privatizzazione voluta dal Sindaco Matteo Renzi. In occasione della fiera della moda hanno inscenato una sfilata vestiti da...Matteo Renzi!


"Articolo 18, su le barricate"

Pubblichiamo l'intervento dell'avvocato Marco Guercio, coordinatore nazionale di Retelegale.it, che è stato originariamente ripreso dal sito pisanotizie.it.

In questi giorni torna prepotente la "querelle" sulla necessità di "superare" l'art 18 dello Statuto dei lavoratori. Negli ultimi anni più volte è stato invocata questa come la riforma che avrebbe restituito al nostro paese la speranza di favorire la crescita ed incrementare l'occupazione.

Oggi, addirittura, si arriva a sostenere che l'abrogazione o la riduzione della portata di questa norma rappresenterebbe uno dei pilastri su cui dovrebbe fondarsi la ripresa economica del nostro paese così "sfortunatamente" in preda alla crisi.

Ebbene queste poche righe che ho deciso di scrivere non sono rivolte, ovviamente, alle forze filoconfindustriali o a quelle filogovernative che sanno già perfettamente che non è assolutamente vero che esiste una necessità materiale di ricorrere a tale tipo di riforma e che pressano perché sono consapevoli che questo è semplicemente il momento migliore per poter abbattere l'ultimo vero baluardo a difesa dei diritti, delle libertà e, fuori da qualsiasi retorica, della dignità dei lavoratori.

Queste mie considerazioni sono rivolte alla così detta sinistra, parlamentare o extra che sia, politica e sindacale, che forse non si è accorta che ha accettato il contraddittorio su una questione che non può essere trattata e sulla quale è assolutamente strategico fare le barricate.

Per procedere ad un'analisi compiuta sull'argomento dobbiamo ricordarci di cosa stiamo parlando per poi ragionare sul motivo per cui con tutto quello di cui dovremmo parlare in questi mesi di delirio ci concentriamo solo sull'art. 18 dello statuto dei lavoratori.

Cominciamo col dire che chi vuole "il superamento" dell'art. 18 della L. 300/70, sostiene che questa riforma garantirebbe più occupazione perché le aziende oggi sono disincentivate ad assumere perché è troppo difficile licenziare. Aggiungono che chi difende l'art. 18 in realtà difende i privilegi di quei lavoratori subordinati a tempo indeterminato che ormai si avviano ad essere una minoranza e si disinteressa di quelle nuove generazioni di precari che non riescono ad ottenere un posto di lavoro per la solita difficoltà dei datori di lavoro a licenziare.

A queste frasi non si può opporre una diversa riforma, una modulazione dell'abrogazione, un temperamento del superamento con l'introduzione di correttivi avveniristici come la sospensione dell'efficacia dell'art. 18 per i primi tre anni di lavoro o l'introduzione di apprendistati futuristici.

A queste frasi si deve rispondere come segue:

L'art. 18 dello statuto dei lavoratori recita, nelle parti che qui interessano (la riporto perché sono sicuro che la maggior parte di coloro che ne parlano non l'hanno mai letto), così:

Art.18. Reintegrazione nel posto di lavoro. Ferma restando l'esperibilità delle procedure previste dall'articolo 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell'articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell'ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro.

(...)

Il giudice con la sentenza di cui al primo comma condanna il datore di lavoro al risarcimento del danno subito dal lavoratore per il licenziamento di cui sia stata accertata l'inefficacia o l'invalidità stabilendo un'indennità commisurata alla retribuzione globale di fatto dal giorno del licenziamento sino a quello dell'effettiva reintegrazione e al versamento dei contributi assistenziali e previdenziali dal momento del licenziamento al momento dell'effettiva reintegrazione; in ogni caso la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione globale di fatto.

Fermo restando il diritto al risarcimento del danno così come previsto al quarto comma, al prestatore di lavoro è data la facoltà di chiedere al datore di lavoro in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un'indennità pari a quindici mensilità di retribuzione globale di fatto. Qualora il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell'invito del datore di lavoro non abbia ripreso il servizio, né abbia richiesto entro trenta giorni dalla comunicazione del deposito della sentenza il pagamento dell'indennità di cui al presente comma, il rapporto di lavoro si intende risolto allo spirare dei termini predetti.

La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva. (...).

L'art. 18, quindi di cosa parla? Disciplina forse un meccanismo che è in grado di impedire o, al limite, rendere più difficile un licenziamento? Evidentemente no. Introduce un limite alla facoltà di licenziare? Sicuramente no. E allora di cosa si occupa? E' presto detto. L'art. 18 disciplina quello che succede nel caso in cui un licenziamento sia dichiarato illegittimo. Un licenziamento è dichiarato illegittimo quando è posto in essere al di fuori dei casi disciplinati dalla legge e cioè: giusta causa, giustificato motivo oggettivo, giustificato motivo soggettivo. L'art. 18, dunque, stabilisce quello che succede quando un datore di lavoro licenzia senza alcun motivo un lavoratore.

Anche un bambino capirebbe che in tutti i casi in cui il licenziamento è legittimo e quindi corrisponde allo schema tipico della giusta causa o dei giustificati motivi, l'art. 18 non si applica già adesso.

Entriamo nel dettaglio. La giusta causa, disciplinata dall'art. 2119 c.c., si configura come un fatto talmente grave da ledere l'elemento fiduciario tra il lavoratore ed il datore di lavoro e quindi da non rendere più proseguibile il rapporto di lavoro. Gli esempi tipici sono quello del furto in azienda, della rissa e di tutti quei comportamenti che incidono sulla futura sostenibilità del rapporto di lavoro. In questi casi si può legittimamente licenziare. Se uno ha i baffi o se è ebreo, se porta l'orecchino o se tifa per il Gubbio, invece, non si può legittimamente licenziare e, grazie all'art. 18, in caso di licenziamento, il lavoratore viene reintegrato in azienda e il datore di lavoro viene condannato al pagamento di una somma a titolo di risarcimento del danno. Il giustificato motivo oggettivo ricorre quando l'azienda si trova in uno stato di crisi strutturale e non congiunturale perché, ad esempio, ha perso una commessa o ha visto contrarre considerevolmente i ricavi o aumentare i costi di produzione. In questi casi è sempre legittimo licenziare. Se il datore di lavoro è in crisi perché ha deciso di comprarsi un SUV da 130.000 euro per i suoi week end in Versilia, invece, non si può legittimamente licenziare e, grazie all'art. 18, in caso di licenziamento, il lavoratore viene reintegrato in azienda e il datore di lavoro viene condannato al pagamento di una somma a titolo di risarcimento del danno. Il giustificato motivo soggettivo, poi, ricorre in caso di adempimenti gravi degli obblighi contrattuali assunti dal lavoratori e quindi nei casi di sistematico mancato rispetto degli orari di lavoro, di scarso impegno, etc.. Se il lavoratore protesta perché le norme relative alla sicurezza non sono rispettate o perché i pagamenti delle retribuzioni non sono puntuali o se si rifiuta di svolgere un'attività pericolosa, invece, non si può legittimamente licenziare e, grazie all'art. 18, in caso di licenziamento, il lavoratore viene reintegrato in azienda e il datore di lavoro viene condannato al pagamento di una somma a titolo di risarcimento del danno.

Per non parlare del caso dei licenziamenti collettivi completamente procedimentalizzati attraverso l'obbligo di coinvolgere i sindacati ed attuabili legittimamente non solo da quelle aziende che versino in condizioni di crisi ma anche da quelle che vogliano semplicemente ristrutturare e/o convertire l'attività imprenditoriale.

Quindi, in un contesto in cui le aziende hanno tutte queste opportunità di licenziare a che cosa serve l'abrogazione o "il superamento" dell'art. 18 dello statuto dei lavoratori? Serve a far licenziare i lavoratori senza alcuna conseguenza per il datore di lavoro a prescindere dal fatto che il licenziamento sia sorretto da una giustificazione valida. Tutte le altre presunte motivazioni sono false e sono date in mala fede.

La differenza tra il prima ed il dopo di tale abrogazione, infatti, riguarderà solo i licenziamenti ingiusti ed ingiustificabili perché per gli altri è già prevista la possibilità di licenziare.

Ma questo disegno odioso dei nostri governanti non deve essere letto fuori da un contesto di restaurazione (perché non si può chiamare riforma un balzo nel passato di 60 anni) complessiva del dominio dei datori di lavoro. Se si abroga semplicemente l'art. 18 succede quello che abbiamo visto. Ma se l'art. 18 lo si abroga contemporaneamente all'introduzione di una norma che abolisce di fatto la contrattazione nazionale e rende valida quella "di prossimità" ossia quella locale anche se derivante da accordi presi con associazioni sindacali non rappresentative a livello nazionale ma rappresentative a livello locale che cosa potrebbe succedere? E' una paranoia sospettare che, potendomi licenziare perché, ad esempio, una mattina mi sono presentato al lavoro spettinato, il datore di lavoro si circondi solo di lavoratori costretti ad accettare l'adesione al sindacato locale creato ad hoc e reso rappresentativo dal ricatto dei licenziamenti e, ovviamente, gestito o guidato dallo stesso datore di lavoro?

E' possibile che non si faccia mai due più due?

L'art. 18 dello statuto dei lavoratori è una di quelle norma che descrivono il livello di civiltà di un popolo, come quella sull'aborto o sul divorzio e non è solo una leggina in tema di diritto del lavoro. E' una norma di libertà, di decoro sociale che non può essere abrogata senza che tutte le persone di buon senso si alzino per difenderla con tutti i mezzi leciti a disposizione.

La battaglia a difesa dell'art. 18 non può risolversi in una disputa tecnicista come quella condotta dal trio Sacconi-Boeri-Ichino senza mettere al centro della discussione la portata culturale e politica di tale norma.

La difesa dell'art. 18 non può essere solo in favore di coloro che oggi hanno un lavoro c.d. garantito ma è un dovere proprio nei confronti delle nuove generazioni che in mancanza di questo presidio di civiltà giuridica si troverebbero in una condizione di ricattabilità, di insicurezza e di debolezza persino peggiore del precariato sistemico. Va bene che siamo nell'Italia di Berlusconi, Beppe Grillo e di Bersani ma non è possibile che tutti gli argomenti, anche i più seri, siano depredati della logica che dovrebbe sorreggerli e buttati in pasto ad un dibattito senza senso per poi giustificare l'ingiustificabile.

Chi vuole eliminare l'art 18 dello statuto dei lavoratori vuole calpestare i diritti dei più deboli o è complice di chi li vuole calpestare.

giovedì 12 gennaio 2012

"Grande Opera Italia", a cura del gruppo urbanistica perUnaltracittà

del GRUPPO URBANISTICA*** di perUnaltracittà, lista di cittadinanza, Firenze.


La manovra “salva Italia” potrebbe rappresentare un’occasione unica per una crescita culturale, economica ed occupazionale, se – come da molte parti è già stato sottolineato – si assumessero come Grande Opera gli interventi pubblici e collettivi di risanamento del territorio e di promozione del patrimonio. In termini meramente economici si potrebbe sostenere che la stessa natura dei luoghi, il paesaggio, il patrimonio culturale e artistico, le abilità ancora diffuse nelle popolazioni costituiscono la materia prima e la risorsa che sono proprie e intrinseche al paese. Il loro utilizzo a tutti i livelli, da quello delle abilità artigiane capaci di intervenire sul patrimonio paesistico, a quelle culturali e scientifiche che possono sostenere le innovazioni tecnologiche appropriate al potenziamento del patrimonio stesso, alle tecniche ecologiche di intervento, alle opportunità di sperimentazione e propagazione di differenti modalità di produzione in agricoltura, nei servizi e nell’istruzione, costituisce in sé un’opportunità irripetibile e concreta per una Grande Opera Italia. Che richiede investimenti e attenzioni pubbliche significativi, ma che offre rendimenti sicuri e di lungo respiro.

Per capire la straordinaria valenza di questo tipo di opera di reale interesse pubblico, basta fare il confronto con le “grandi opere pubbliche” generalmente prese in considerazione e finanziate, esaminandole da diversi punti di vista.

La grande opera infrastrutturale: si tratta in genere di interventi localizzati, ma di grande impatto, che non tengono conto a sufficienza dei luoghi che investono alterandoli profondamente, e ancor meno delle conseguenze. Spesso sono privi delle valutazioni obbligatorie a livello europeo e generalmente invocano il superamento delle verifiche e degli accertamenti, in realtà tanto più necessari perché non sono stati effettuati quando di dovere. Le finalità sono date per scontate, ma gli studi delle alternative possibili raramente vengono mai effettuati.

Nella maggior parte dei casi le grandi opere si risolvono in operazioni di distruzione di risorse ambientali, culturali ed economiche, con grave danno delle popolazioni insediate.

Per grande opera di risanamento e di promozione del territorio si intende invece un intervento vasto, multifunzionale e multisettoriale, che si esercita o su strutture ecologiche complesse (fiumi, bacini idrici, catene montuose, ecc.) o su un’area antropica di pregio e/o problematica (aree metropolitane). Aspetti ambientali e socioeconomici sono considerati in un’unica dimensione di riqualificazione integrata: le opere di intervento sono diffuse e mirano, dopo una prima fase di avvio, ad una rinascita autonoma.

La grande opera infrastrutturale è esposta ad ogni tipo di infiltrazione, anche mafiosa, e quasi sempre generatrice di speculazioni a danno dello Stato, a maggior ragione quando si usano procedure tipo Project financing o moltiplicazione dei budget (tutte regolari, per carità!); comporta il subappalto, il lavoro standardizzato, senza alcuna ricaduta economica sul territorio, e un’attività occupazionale che si esaurisce un se stessa.
L’opera di risanamento territoriale è invece distribuita e diffusa sul territorio, realizzabile anche per gradi e per processi di intervento monitorati nel tempo; comporta un coinvolgimento di lavoro differenziato, che coinvolge i saperi locali, e che è destinato a riprodursi e ad evolvere nel tempo, producendo attività ed economie durevoli, oltreché un numero di persone impiegate di gran lunga superiore all’altro modello.

Questi due diversi modi di intervenire sulla realtà, sia ambientale che socioeconomica, si riflettono anche su altri aspetti della manovra di Monti. Ad esempio sulle alienazioni del patrimonio pubblico: una cosa è vendere per fare cassa, altra cosa è usare il vasto e straordinario patrimonio pubblico italiano all’interno della grande opera pubblica e collettiva che proponiamo al fine della promozione del patrimonio stesso e per le attività di risanamento di un territorio compromesso, quali ad esempio le rive dei fiumi o le coste marine. Gli utili di questa soluzione, anche economici, in una logica sequenza temporale, sono evidenti.

Ma, come si è detto, tutto ciò consentirebbe inoltre di attivare una crescita anche nei comportamenti delle comunità italiane nei confronti del riconoscimento del territorio e del patrimonio come beni comuni della popolazione; le comunità potrebbero così affrontare e risolvere correttamente la questione del ciclo delle acque dando un esito positivo ai referendum del 2011, fino a comprendere molteplici forme di una relazione ritrovata tra popolazione e proprio insediamento, che costituisce la garanzia più sicura per il rinnovamento nel tempo delle risorse divenute appunto bene comune, e per lo sviluppo di economie su una materia prima irripetibile e legata alla vita di ognuno.

Infine, è interessante, e importante, considerare che l’opera infrastrutturale non è partecipata se non in termini di ricerca del consenso, è molto rigida ed autoritaria; la grande opera pubblica e collettiva si presta invece ad una democrazia partecipata, sia di livello intercomunale, magari anche con organismi a suffragio diretto – lontani dalla logica dei carrozzoni (Ato e simili, per rifiuti, energia ecc.) e ancora di più dalla logica delle Agenzie e delle Aziende territoriali pubbliche e private – per promuovere forme di democrazia attiva basata su Patti partecipativi condivisi, costruiti sulla base di programmi per la promozione del territorio, ormai riconosciuto consapevolmente ed operativamente come Bene Comune. Questa sì che sarebbe la vera riforma strutturale che, avviatasi in alcune realtà peninsulari, porrebbe l’Italia all’avanguardia dei paesi in via di liberazione dalla crisi neoliberista .

*** Giorgio Pizziolo, Ilaria Agostini, Daniele Vannetiello, Antonio Fiorentino, Maurizio De Zordo, Tiziano Cardosi, Alma Raffi, Franca Gianoni, Francesco D’Angelo, Rita Mencarelli, Giandomenico Savi.

lunedì 9 gennaio 2012

Lucca, incontro con Alberto Lucarelli.

Mercoledì 11 gennaio 2012 - ore 21:00

sala Mario Domino - Palazzo Ducale - Lucca

incontro con

Alberto Lucarelli
assessore Beni Comuni e Democrazia partecipativa Comune di Napoli

autore del libro

Beni Comuni: dalla teoria all'azione politica

introducono

Bengasi Battisti, coord. Enti locali acqua bene comune
Alessio Ciacci, Associazione dei Comuni Virtuosi

saluti istituzionali

Maura Cavallaro, vicepresidente della Provincia di Lucca

Alberto Lucarelli è assessore ai beni comuni e democrazia partecipativa al Comune
di Napoli. Docente di Diritto Pubblico presso l’Università degli Studi di Napoli
Federico II.
Il suo ultimo libro “Beni Comuni: dalla teoria all’azione politica” approfondisce il
concetto di bene comune, un bene che va oltre la sfera del pubblico o del
privato.
Lucarelli, con i contributi di Luigi De Magistris e Alex Zanotelli, ripercorre le varie
tappe dell'avvincente cammino che ha permesso di riappropriarci del bene
comune per eccellenza: l'acqua.
Spiega inoltre come si debba passare dalla teoria alla pratica per elaborare
una risposta vincente al fine superare la crisi di sistema che stiamo vivendo.

sabato 7 gennaio 2012

Cobalto: una bomba tossica in fondo al mare di Livorno

Dal sito di Panorama:

Che fine hanno fatto i 198 fusti di monossido di cobalto e molibdeno finiti in mare dalla nave cargo Grimaldi Lines durante la mareggiata del 17 dicembre scorso a poche miglia dal litorale toscano? Perchè la Eurocargo Venezia era in viaggio nonostante un mare forza 10 mentre la maggior parte delle navi avevano interrotto la navigazione? E ancora: perchè nessuno ha informato i residenti della costa labronica? Ma soprattutto, perchè solo a distanza di 17 giorni la Capitaneria di Porto di Livorno dirama la notizia della presenza di queste sostanze altamente tossiche ai pescatori locali?
Il 2 gennaio scorso con due paginette scarne, il Ministero dei Trasporti comunica ai pescatori che potrebbero imbattersi in conteniutori pericolosi e fornisce loro le indicazioni da seguire per maneggiare le sostanze nocive. Ai residenti della Toscana, invece, non è ancora stato comunicato ufficialmente niente.

Eppure queste 45 tonnellate di cobalto sono finite a pochi chilometri dalla costa livornese, nel cuore dell’arcipelago toscano, a due passi dall’isola di Gorgona e a poche miglia dalla Corsica.
Ma sulla vicenda della nave cargo Venezia della flotta Grimaldi Lines, partita dal porto di Catania con a bordo catalizzatori provenineti dal polo petrolchimico di Priolo Gargallo di Siracusa e appartenenti ad una ditta lussemburghese, ci sono molti, troppi lati oscuri.
Ad esempio, non è stato ancora chiarito il perchè l’allarme sulla perdita del carico sia stato dato così tardi.
Il fatto è avvenuto all’alba del 17 dicembre e il primo vertice in Prefettura a Livorno al quale hanno partecipato l’assessore regionale alla salute, Daniela Scaramuccia, la Provincia, la Capitaneria, l’Arpat, l’Ispra, Istituto Zooprofilattico di Pisa, i Vigili del fuoco e la Asl, si è svolto solo il 30 dicembre. Ben 13 giorni dopo. Anche questo è un aspetto strano. Perché è trascorso così tanto tempo?
E le ricerche del materiale sono state effettuate? La Capitaneria di porto ha messo in volo l’elicottero e in perlustrazione delle motovedette ma dei fusti nessuna traccia. Dal documento inviato ai pescatori, i 198 contenitori di cobalto di 200 litri ciascunosarebbero ad una profondità variabile tra i 120 e 600 metri.
Dunque difficili da individuare con l’elicottero. Ed intanto la bomba ecologica rimane in fondo al mare.

Francesco, 52 anni pescatore di Livorno, lei e i suoi colleghi come siete venuti a conoscenza dell’incidente avvenuto alla nave cargo Venezia e dei bidoni tossici finiti in mare al largo di Gorgona?
“Dal giornale locale, Il Tirreno”

Ma la notizia non mi sembra che la sorprenda…
“No. Non è la prima volta che vengono “persi” o gettati in mare davanti alla costa livornese e in prossimità dell’Arcipelago Toscano bidoni contenenti sostanze tossiche. Non bisogna andare molto a largo delle nostre coste per imbattersi in questi fusti. Già a 70 o 80 metri di profondità, a 1 o 2 miglia dalla costa, tra il fanale di Vada e l’isola di Gorgona, il fondale è disseminato di fusti contenenti sostanze irritanti.

Capita spesso che le rimangono impigliati nelle reti?
“Molto spesso. Più di quanto non si possa immaginare”

Lei ha mai pescato un fusto con materiale tossico?
“Sì, proprio tra il faro di Vada e Gorgona. Ho tirato a bordo dei fusti con dentro una sostanza rossa particolarmente irritante. Sembrava scarto di vernice, era molliccia. Mi bruciavano le mani, le braccia e persino gli occhi. Mi sono dovuto lavare tante, tante volte e continuavo ad avvertire dolore e prurito. Anche in quell’occasione ho denunciato tutto alle autorità competenti”

Ma lei e i suoi colleghi pescatori, denunciate sempre questi ritrovamenti anomali? E a chi?
“Certo,ogni volta. Lo comunichiamo alla Capitaneria o alla Asl ma non succede mai niente. Il silenzio.Ci ringraziano ma tutto rimane come prima. E i contenitori in fondo al mare. Come per questo incidente..se non fosse stato per la stampa, nessuno di noi avrebbe mai saputo niente. Noi gente di mare siamo a conoscenza da anni che le navi scaricano il materiale scomodo in questo tratto di mare. Sono scarti industriali ma anche militari”

Perchè proprio qui?
” Sul banco di Santa Lucia e la Gorgona, dove la nave Venazia della Grimaldi Lines ha perso il carico di cobalto, il mare arriva ad una profondità di 600 metri ed ha un fondale fangoso. Tutta sabbia, per capirsi. Quindi quando i fusti toccano il fondo, sprofondano e vengono immediatamente ricoperti dalle correnti e dalle mareggiate sucessive, da strati e strati di sabbia”

Vuol dire che è impossibile ritrovare questi 200 fusti di cobalto…
“Beh, sì. Credo proprio che sia improbabile.Dobbiamo aspettare che il mare corroda i fusti e disperda questi metalli pesanti nell’acqua”

Ma l’inquinamento avrà dimensioni enormi…
“Quando mi trovo a calare le reti ad una profondità di 200 metri per pescare scampi o paranza, in prossimità delle acque dell’isola di Gorgona, avverto un fastidioso pizzicore alle mani. Questo avviene in particolar modo d’estate. Non so perchè, ma io credo che dipenda dal fatto che l’acqua è più calda, ribolle. E forse si avverte di più la presenza di sostanze irritanti..”

Assieme ai fusti, metalli corrosi e reperti archeologici, lei si è imbattuto anche in blocchi di cemento ancorati al fondale..
“Davanti a Gorgona ad una profondità di 250 metri c’è un’enorme scatola, o meglio un grosso blocco di cemento armato ancorato al fondale. E’ impossibile da tirare su perchè chi lo ha abbandonato, lo ha anche bloccato al fondo del mare. E rimarrà per sempre lì”.

La Procura della Repubblica di Livorno ha aperto un fascicolo sull’incidente della nave cargo Venezia, inscrivendo al momento nel registro degli indagati il comandante, Pietro Colotto.

Ecco il documento della Capitaneria di Porto:

cobalto3
cobalto-2

Link all'originale.

mercoledì 4 gennaio 2012

Seminario sulla campagna di congelamento e audit del debito pubblico.

CORSO DI FORMAZIONE PER MILITANTI DI BASE

FIRENZE 7-8 GENNAIO 2012, Via Santa Marta 7 (tel. 055489089)


Sabato 7 gennaio

Ore 13-14 Accoglienza dei partecipanti

Ore 14,30: Presentazione della campagna e del corso

Ore 15-16: La formazione del debito pubblico e le sue modalità di gestione prima dell'entrata nell'euro

Ore 16-17,30: La gestione del debito pubblico nella cornice dell'euro: la politica monetaria dell'Unione Europea, ruolo e scopi della BCE, la linea imposta dalla Germania, rischi e convenienze dell'Italia a rimanere nell'euro.

Ore 17,30 – 18 pausa

Ore 18-19,30 La speculazione all'attacco del debito pubblico: l'esplosione della finanza e della speculazione, chi come e perché specula sul debito pubblico, i danni per la comunità, la posizione delle banche e le conseguenze sul sistema produttivo.

Ore 20 cena

Ore 21,30 – 23 Fare campagna: come stimolare la partecipazione sul debito pubblico, come fare movimento per ottenere un'indagine conoscitiva sull'illegittimità del debito pubblico.


Domenica 8 gennaio

Ore 8,30-11,15 Le politiche di gestione del debito pubbico. Le varie posizioni in campo, le loro molteplici specificità e conseguenze possibili. La politica liberista del pagare a tutti i costi sulle spalle dei deboli; la politica del pagare a tutti i costi salvaguardando le priorità sociali e ambientali; la politica del pagare tramite prestito forzoso; il congelamento come sospensione momentanea del pagamento del debito; l'annuncio di default e ristrutturazione del debito; il ritorno alla lira.

Ore 11,15 -12 L'audit del debito: cos'è, cosa si prefigge, come è stato attuato

Ore 12-12,30 Confronto conclusivo

Ulteriori informazione possono essere reperite qui.